Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace: ora lo dice la scienza
La bellezza ha uno schema di oggettività? In altre parole: possono essere rintracciati con precisione dei parametri specifici, per esempio in base ai quali giudicare un volto? L’origine e il significato della bellezza del viso hanno affascinato gli studiosi per secoli, dagli antichi canoni greci fino al più recente machine learning che si è misurato in numerosi esperimenti con le nostre facce e con i loro segreti. Tuttavia, nonostante l’esistenza di una letteratura scientifica ricca e multidisciplinare, molte domande fondamentali in questo ambito, sia sulla natura stessa della bellezza facciale e degli elementi che possano oggettivamente determinarla che sull’origine delle differenze interpersonali tra i criteri estetici, restano ancora senza risposta. E forse potrebbero non trovarla mai.
Questo, almeno, sembra uscire da uno studio firmato dal dipartimento di Fisica della Sapienza di Roma. Secondo il quale «non sembra esistere infatti una regola semplice, in termini di poche caratteristiche di un volto, che possa determinarne con alta probabilità la bellezza percepita». L’indagine del team di ricerca coordinato da Vittorio Loreto ha infatti presentato un metodo alternativo d’indagine che utilizza le tecniche di inferenza statistica per lo studio quantitativo del fenomeno. I risultati, pubblicati sulla rivista specializzata Scientific Reports, hanno confermato quel che il vecchio adagio ripete da tempo: non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. O almeno, hanno confermato una soggettività in qualche modo maggiore di quella finora proposta in letteratura.
L’utilizzo di tecniche innovative, sia sperimentali che di analisi dati, ha infatti consentito ai ricercatori di determinare con precisione l’insieme di modifiche facciali (realizzate attraverso le varianti digitali di un ritratto) preferite da vari soggetti: «Il nostro approccio, basato su algoritmi di deformazione delle immagini e su algoritmi genetici – spiega Loreto – consente al soggetto sperimentale di ‘scolpire’ la sua variante preferita di un volto di riferimento, navigando attraverso ‘aree preferite’ e convergendo su caratteristiche specifiche all’interno del cosiddetto face-space o spazio del viso».
I risultati raccontano come il criterio estetico dei vari soggetti sia influenzato dalla loro personalità e come nel processo della percezione della bellezza sia coinvolta l’inferenza di caratteristiche astratte (le cosiddette «personality dimensions») che inconsciamente attribuiamo agli altri a partire dal loro volto. Un po’ un cane che si morde la coda in un cortocircuito sempre diverso.
«Il nuovo metodo consente inoltre di determinare con precisione le caratteristiche facciali (combinazioni lineari di distanze facciali) che risultano significativamente più differenti nei volti scolpiti da uomini o da donne – aggiungono dall’ateneo romano – queste ultime tendono infatti a scolpire varianti di un ritratto femminile dal volto più largo, mentre gli uomini preferiscono modifiche facciali dello stesso volto con occhi più grandi, gli zigomi più alti, minor area mascellare e nasi più stretti e corti».
Non solo. I ricercatori hanno osservato inoltre che le differenze tra soggetti maschi e femmine (così come le differenze tra soggetti differenti) non risultano evidenti nelle singole distanze facciali, che non sono particolarmente significative, ma nelle combinazioni lineari globali: significa che le distanze tendono a variare insieme, coerentemente, da volto a volto. Questo riflette il modo complessivo in cui percepiamo i visi che abbiamo di fronte: non tendiamo a valutare le posizioni dei singoli elementi facciali, ma l’armonia tra le diverse parti del volto (anche le più lontane) nel loro insieme. In definitiva il modo in cui viene percepita la distanza tra due elementi facciali è influenzato delle altre misure, per così dire, del volto.
«Il nostro lavoro – conclude Miguel Ibáñez-Berganza, primo nome dello studio – propone un efficace schema di analisi sperimentale nell’area di ricerca della percezione del volto, che comprende lo studio dell’inferenza di identità, di età, di attributi psicologici e la ‘facial attractivenes’. La percezione del volto è oggetto di ricerca in discipline sempre più varie, come la psicologia dello sviluppo, la biologia evolutiva, la sociologia, le neuroscienze e il machine learning».
