La verità dietro la morte di Whitney Houston
Le rivelazioni sulle presunte molestie subite da Whitney Houston quando era una bambina su cui molta stampa si è concentrata sono solo un breve accenno all’interno della storia.
Non lo dico per sminuire il valore di Whitney, il documentario sulla vita della cantante diretto dal regista premio Oscar Kevin Macdonald che fu presentato al festival di Cannes lo scorso anno e che arriva nelle sale il 18 aprile. Anzi. Nel film c’è molto più di quello.
Whitney è il ritratto di una donna complicata come tante, con la differenza che il suo enorme successo le offrì tra le tante possibilità anche un facile accesso alle droghe.
Houston ha venduto oltre 200 milioni di album ed è stata l’unica artista ad occupare il primo posto nelle classifiche statunitensi con sette singoli consecutivi.
E, poi, c’è la sua carriera da attrice. Il suo film The Bodyguard del 1992, con Kevin Costner, fu un enorme successo che incassò oltre 400 milioni di dollari.
Il documentario si chiude con la morte della Houston nel 2012, a 48 anni, quando venne trovata nella vasca da bagno della sua suite al Beverly Hilton Hotel, annegata dopo un probabile malore causato dall’assunzione di sostanze stupefacenti. E racconta come la cocaina e altre sostanze entrarono nella sua routine molto presto.
Nippy, come la chiamavano in famiglia, era nata a Newark, nel New Jersey. Sua madre era una cantante prima di lei – una nota corista che non aveva sfondato come solista – e la su prima maestra di canto.
Da ragazzina, Whitney canta in chiesa ma il suo talento è troppo grande per rimanere confinato alle funzioni religiose. È il padre a farle da manager e a procurarle i primi contratti. E ben presto tutta la famiglia viene arruolata nello staff con ruoli veri o presunti.
Il matrimonio non proprio felice con il cantante Bobby Brown è un altro capitolo della sua vita ma non il più importante.
Quella della Houston è una storia a grandi linee già vista altre volte, la vita di un artista e della famiglia che le sta intorno, per aiutarla ma anche per sfruttarla. Una parabola, dal successo alla discesa rovinosa, che accomuna la vita di molti artisti. La popolarità e i soldi ti riempiono la vita rendendoti, paradossalmente, sempre più solo.
Per chi ha amato Whitney Houston, il documentario offre molti retroscena, materiali inediti e filmati rari.
Ma ha il difetto come la maggior parte di questo genere di documentari di non saper trovare una soluzione alternativa al format interviste (a familiari, amici, colleghi) intervallate da filmati (concerti, video, immagini private).
PS: Per chi proprio voglia sapere della questione molestie, secondo la testimonianza di Mary Jones, a lungo assistente della Whitney, sarebbe stata la cugina Dionne Warwick ad abusare sia di lei che di suo fratello Gary Garland-Houston.
