La vera storia dei Golden Globes cancellati
«Unity Without Discrimination of Religion or Race» è il motto dell’Hollywood Foreign Press Association: 86 membri immigrati da 55 Paesi tra cui India, Pakistan, Filippine, Cina, Bangladesh, Nuova Zelanda, Hong Kong, Taiwan, Repubblica Dominicana, Libano, Emirati Arabi, Giappone e Sud Corea. Sarebbe questo il gruppo privo di diversity secondo Time’s Up, la fondazione che ha guidato il boicottaggio del gruppo trascinandosi dietro prima i 100 PR più influenti di Hollywood e poi risucchiando Netflix, Amazon e Warner Media, fino ad arrivare a star di prima grandezza, la cui class action per la tempistica suscita più di qualche dubbio.
La reazione a catena ha infine persuaso l’NBC a cancellare la trasmissione dei Golden Globes per il 2022 e finché le riforme promesse non saranno attuate. Impegnata nella promozione e diffusione del cinema americano al livello globale e nazionale dal 1943, l’HFPA è oggi sotto la lente d’ingrandimento e deve rendere conto del suo regolamento interno, come se fosse l’ente pubblico che non è.
LA CONTESTAZIONE
Mira di tante controversie, dell’invidia e del livore di tutti quelli che non ne fanno parte, l’HFP pone come condizione necessaria per l’eleggibilità degli aspiranti associati d’essere corrispondenti da Los Angeles per un media estero. Mentre tra gli attuali membri ci sono corrispondenti per il Marocco, la Tunisia e l’Egitto, tre Paesi notoriamente molto impegnati al livello globale sul fronte della produzione e diffusione del cinema all’estero, si contesta l’assenza di giornalisti africani di pelle scura. L’associazione dal canto suo afferma che è difficile trovare inviati africani residenti nel Sud della California. È plausibile che l’onorario per un corrispondente impegnato sull’intrattenimento hollywoodiano non rientri tra le priorità per Paesi con economie e politiche instabili e guerre civili in corso, e che la giovane e promettente industria nollywoodiana assorba più che mai in questo periodo risorse e attenzioni della stampa africana di settore.
GUERRA DI POTERE
Time’s Up (organizzazione a difesa delle vittime di molestie sessuali, fondata da diverse celebrità hollywoodiane) con una specie di colpo di Stato pretende dall’HFPA un cambio di statuto unilaterale che prevede, tra le altre cose, le dimissioni di tutti gli attuali membri con la condizione di essere riammessi dopo un anno solo se conformi ai nuovi criteri dettati dalla fondazione. Quest’ultima esige inoltre l’incorporazione di generici giornalisti cinematografici neri e critici americani senza la limitazione geografica di Hollywood, azione che, se intrapresa, comporterebbe la perdita di identità e della missione del premio, che non sarebbe più della stampa estera di Hollywood, ma di un gruppo vago di giornalisti d’intrattenimento.
INVIDIA
Finora nessun gruppo della sempre più nutrita lista di associazioni di settore, di critici, giornalisti, esperti e addetti ai lavori ha nemmeno lontanamente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica con i numeri dei Golden Globes. Secondo testate autorevoli, appare improbabile che il vuoto che si creerà dalla mancata messa in onda dello show 2022, annunciata dalla NBC, possa essere occupato dai DGA (Directors Guild Awards), dai i PGA (Producers Guild Awards) o che qualsiasi premio con il termine Critics nell’intestazione possa attrarre l’interesse delle masse e quindi di capitali pubblicitari. Ciononostante, da sempre i giornalisti della stampa estera sono mira di commenti al vetriolo e critiche rancorose, descritti come poco preparati, poco produttivi ed anche un po’ svitati.
LEADERSHIP
Tanto scemi in fondo non devono essere, se il premio da loro istituito è l’evento più seguito e atteso della stagione delle premiazioni dopo la notte degli Oscar e frutta milioni all’indotto: dai pubblicisti agli attori, alla stessa Academy, all’intera logistica che accompagna il carosello dell’Awards Season, tutti a Hollywood beneficiano dall’attività legata ai Golden Globes che anticipano e polarizzano le scelte del pubblico e degli insider. Senza considerare quanto ne ricava la NBC, rete che dal 1996 trasmette la cerimonia, la quale non certo si impegna a pagare diritti per 60 milioni di dollari all’anno per beneficenza – e infatti l’ultimo contratto è stato rinnovato per altri 8 anni nel 2018.
45 MILIONI DI DOLLARI IN BENEFICENZA
All’Hollywood Foreign Press Association viene anche contestato il codice etico e il disinteresse per le questioni sociali, quando Time’s Up è stato lanciato proprio dal palco del Beverly Hilton Hotel da Oprah Winfrey durante la cerimonia del 2018, anno di #blacklivesmatter e di #oscarsowhite, con il red carpet total black che rimarrà nella storia ancora per molti anni a venire. Già archiviati pure i premi di quest’anno ad Andra Day per Billy Holydays vs. United States, che ai Sag è stata totalmente ignorata, a Daniel Kaluuya per Judas and the Black Messiah, e quello a Chadwick Boseman, quando agli Oscar le statuette per miglior attore e attrice protagonista sono comunque finite in mano a due bianchi. Dai record dell’HFPA risulta che nel corso degli anni ha finanziato 2.224 borse di studio per persone svantaggiate, studenti di colore, gay, transgender e stranieri indigenti. Ha donato 45 milioni di dollari a enti di beneficenza, con 4,5 milioni versati solo nell’ultimo anno, oltre a contributi umanitari durante la pandemia per un totale di quasi 800 mila dollari.
L’ESCLUSA
Come si è arrivati a questa crisi è una storia poco nota in Italia. Inizia con la causa intentata dalla giornalista norvegese, Kjersti Flaa, perché l’HFPA le rifiuta la membership più volte. La corrispondente in questione dopo aver trafugato notizie riservate dell’associazione grazie a una relazione con Magnus Sundholm, membro svedese dell’HFP, porta in tribunale il gruppo, ma per due volte perde miseramente.
LADY VENDETTA
Non accettata la sconfitta la Flaa, che in questi giorni gode del suo quarto d’ora di notorietà autoproclamandosi redentrice di Hollywood, prova a vendicarsi offrendo il materiale e le accuse, giudicate infondate dai giudici federali, alla sede del Los Angeles Times. A quel punto, Time’s up coglie la palla al balzo e diventa supporter della causa, preoccupata dalle evoluzioni interne al suo stesso gruppo. All’epoca dei fatti – metà febbraio, poco prima della cerimonia dei Globes – dentro Time’s Up era scoppiata una bomba. Le accuse di assalto sessuale contro un membro influente dell’associazione erano state silenziate, ma l’ammutinamento di 18 membri della fondazione è stato inevitabile. Time’s Up, partito per la tutela dei diritti delle donne, ha pian piano allargato i suoi tentacoli, inglobando altre cause ma perdendo di vista le priorità iniziali. Del resto, primi segni di cedimento in Time’s Up c’erano stati già circa un anno fa sul caso del documentario della HBO On the Records, che raccoglieva testimonianze di alcune presunte vittime di attacchi sessuali da parte di personaggi influenti. Il progetto, inizialmente appoggiato e poi abbandonato da Oprah Winfrey, era stato snobbato da Time’s Up, fatto che molti attivisti avevano interpretato come un tradimento della causa a favore dei potenti donatori coinvolti.
CONFLITTO DI INTERESSE
Quale migliore occasione per Time’s Up di distrarre l’opinione pubblica ed espandere ancora di più il suo potere fagocitando pure il territorio dei Golden Globes? Mentre l’HFPA è un’associazione indipendente, non direttamente legata all’industria, Time’s Up è finanziato dagli Studios, che quando fioccavano accuse di assalti sessuali da tutte le parti hanno pensato di blindarsi supportando la fondazione con grosse donazioni e ingenti supporti economici.
WEINSTEIN BIS E GLI SCHELETRI NELL’ARMADIO
D’altra parte, non è un caso questo scompiglio prima che Weinstein venga processato anche a Los Angeles: Hollywood trema davanti al vaso di Pandora che si sta per scoperchiare. Nel clima di caccia alle streghe, non si sa mai chi sarà il prossimo a cadere. Scarlett Johansson che oggi si indigna contro l’Hollywood Foreign Press Association, due anni fa sedeva nel pubblico dell’evento con la sua candidatura da protagonista per Marriage Story di Noah Baumbach. Il discorso di ringraziamento di Mark Ruffalo per il Golden Globe di due mesi fa suona incongruente con quello di questi giorni. E Tom Cruise aspettava solo l’occasione per vendicarsi dell’impertinenza di Ricky Gervais ai Globes del 2017. Solo il NYPost si leva contro Hollywood e la stampa che per anni ha lusingato e corteggiato i membri dell’HFP nella corsa agli Oscar.
CACCIA ALLE STREGHE
Time’s Up chiede alla HFPA di risolvere un problema che il mondo intero non ha ancora risolto, e chiedendo questo chiede l’impossibile. Nonostante l’associazione abbia assecondato ogni condizione dettata dalla fondazione – inclusa la pubblicazione della timeline dettagliata per l’introduzione delle riforme richieste – comunque non è stato abbastanza. Le pressioni di Time’s Up sembrano essersi trasformate in coercizione e il boicottaggio in complotto: con gli attori che si aggiungono alla lunga lista di detrattori del premio, si cala il sipario sulla prossima edizione. Ma sono in molti a rendersi conto che sospendere i Golden Globes si ritorcerà contro il sistema, già provato da due anni di pandemia e da un ecosistema mondiale in cui il cinema tende a diventare sempre più un interesse di nicchia, surclassato dai videogame, dai social network, da forme di narrazione interattiva e di ultima generazione.
CONTROFFENSIVA
Mentre l’associazione prende tempo e pianifica la strategia da adottare, diventa chiaro che le prossime due settimane saranno cruciali per lanciare la controffensiva. Sul piatto non ci sono solo gli interessi e la sopravvivenza di 86 famiglie di immigrati cinefili, ma quelli dell’intero sistema economico di Hollywood. Una posta troppo alta per essere tumulata senza appello.
