Gio Evan: «I ricordi? Il nostro segnalibro interiore»
«I ricordi sono importanti. Meglio salvarli quelli buoni». Una favola che parla a tutti. Da 0 fino a 99 anni: Noah Gingols, protagonista del nuovo libro del poeta, artista poliedrico Gio Evan (quasi 800mila follower su Instagram), parla a tutti.
Ai bambini, poi agli adulti ma soprattutto ai giganti. Cosa c’è davvero dentro a un ricordo? Si è fatto questa domanda, Gio Evan, quando ha iniziato a scrivere «I ricordi preziosi di Noah Gingols», in libreria per Fabbri Editori. Così è nata «un’avventura calma», lontana dai supereroi ma vicinissima alla vita, «una vita vera, una vita che esiste, e le vite vere che esistono sono fragili, delicate, forti ma piene di cuore e di spaventi che ci portiamo dentro da anni e anni o, forse, da tantissime vite. Ci sono dentro coraggi e amore e amici, e c’è il mare, e un parco giochi incastrato nel centro della città. Ci sono i ricordi, tantissimi ricordi».
Perché un libro dedicato ai ricordi?
«Ho iniziato dai ricordi, perché soprattutto quest’anno nel lockdown, in questa fase meditativa, mi sono sembrati molto importanti. Li avevo sottovalutati. Praticando con tenacia il buddismo, la meditazione, si tende sempre a stare sul presente e affidarsi poco alle rimembranze vecchie o ai progetti futuri. Invece ho trovato una poesia incredibile nei ricordi».
Come la descriverebbe?
«È quella di essere dei punti saldi del quotidiano che hai raggiunto oggi. Li ho visti un po’ come un segnalibro interiore. Come quando ad esempio hai un dolore, sai che puoi giocare questa carta jolly che è il ricordo buono. E mi sono sembrati quasi un essere da proteggere. Questo tesoro che andiamo a mettere dentro l’inconscio, più sotto possibile proprio per tutelarlo».
Quali sono i suoi ricordi più preziosi?
«Io ho una vita molto viva, mi procuro tanti ricordi al giorno. Da piccolo, come adesso, sono stato un grande giocherellone. Non ho mai avuto una playstation ma ho avuto tutti i lampioni per la tana di nascondino. Crescendo mi sono accorto che quei ricordi sono la colonna portante della mia felicità. Se sono felice è perché ho giocato e gioco. La mia poesia è molto giocosa. Spesso mi dicono: “sei troppo felice per essere riconosciuto come poeta”».
Come descriverebbe il protagonista di questo romanzo?
«È una persona centrata su di sé, con la facoltà dell’ascolto interiore, quello che in tantissimi stiamo perdendo, lui invece non riesce mai sbarazzarsene. Lui non si fa mai persuadere, rimane sempre concentrato su di se, non riesce a distrarsi, è attento su di se e quindi deve obbedirsi e così svolgere la sua missione».
Qual è la missione di questo libro?
«Ho voluto fare un libro, perché, come facendo già con il teatro, voglio dichiarare la mia guerra ai social e agli smartphone. La mia mossa è di combatterli con i libri, il nemico più temibile dei social. Non intendo Facebook o qualsiasi social network, ma il tempo che gli diamo, l’ossessione che ne abbiamo. Vedo tanti bambini a 8 anni che stanno col telefono in mano e non si parlano più e i campetti di calcio sono vuoti. Penso che i libri possano un po’ sgrassare questa mentalità macabra, per ricondurre un po’ il viaggio».
È un libro pensato anche per i bambini?
«Scrivendo ho capito che volevo realizzare un libro per giganti. Sono padre di un bambino di 7 anni, lavoro con associazioni di bambini, sono un po’ socio di un orfanotrofio, sono molto impregnato con i bambini e so che il momento più bello e buono per diventare saggi è quando la sera il genitore si sdraia con il bambino e legge. Io ho scritto il libro per quel momento lì».
L’ha già letto a suo figlio?
«Durante la scrittura non l’ho letto a nessuno. Quando arriverà lo leggerò a tutti i bambini, non vedo l’ora».
Ha scritto: “Lo zaino di chi viaggia racconta il viaggiatore”. Il suo cosa contiene?
«La mia trinità è passaporto, portafoglio, felpa. Poi ovviamente agendina e da un annetto ho l’ebook, che manualmente è più brutto ma dentro ho 250 libri. Questi sono i fondamentali».
È un artista a più sfaccettature. Come si descriverebbe?
«Io mi sento un acrobata, non un poeta. Mi sveglio e penso all’acrobazia del giorno, che spesso diventa una poesia».
Qual è l’acrobazia meglio riuscita?
«Trentuno giorni di digiuno. Per me è stata una prova di forza di volontà, tenacia, rinuncia, incredibile. Penso che da lì sia nato il mio nuovo me, quello che ha scritto tanta poesia».
Le prime pagine del libro sono dedicate al lettore.
«Gli parlo e chiedo di fare molta attenzione, metterci consapevolezza, perché questo libro tocca dei tasti subconsci che possono essere manipolati male se li leggi con poca lucidità. È un lavoro a mio parere perfetto per gli adulti che stanno un po’ trascurando il loro bambino interiore. Quando leggiamo, dobbiamo metterci in ascolto».
