La peste dentro
Scrivo in una domenica romana di sospesa accortezza. Siamo in attesa, rintanati. Poca gente per strada, giù la serranda di qualche bar di solito aperto, nessuna fila al supermercato. Guardiamo le notizie e le vediamo colare, come lava, lungo la cartina geografica. Dopo Veneto, Lombardia e Piemonte, anche l’Emilia Romagna serra le scuole ed è soltanto questione di tempo, quello che il Covid-19 ci metterà a fluire fin qui. Domani? Dopodomani? Quale sarà la situazione quando leggerete queste righe?
Gli uomini di scienza invitano a non sottovalutare e a non allarmarsi, lasciandoci nella sospensione, e gli uomini della politica barricano le città e i residui di ottimismo o noncuranza. Io non so, non capisco e non dico nulla, sarà la catastrofe o è l’eccesso zelante di profilassi, ma osservo la bestia di meravigliosa complessità che è l’uomo, e vedo la ricerca costante di una spiegazione coronata da quotidiano successo: la ricerca dell’infelicità, o meglio, del perché siamo così infelici e così spaventati, e così rabbiosi, da buoni cittadini della moderna società dell’isteria di massa. Ogni giorno ci offre la sua pena, motivo sufficiente e ulteriore per chiudersi dentro a doppia mandata. La crisi economica, i nuovi fascisti, gli immigrati, l’identità minacciata, la globalizzazione che globalizza anche morbi sconosciuti. Il nemico invisibile ci ha paralizzati alla perfezione, stavolta. Qualcuno ha ricordato le parole di Jean Tarrou nella Peste di Albert Camus: «Ciascuno la porta in sé, la peste, e nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune».
La peste c’era prima della peste, era già dentro di noi. Aspettavamo soltanto il momento buono per tirarla fuori, una volta di più.
