«Honey Boy»: la drammatica storia di Shia LaBeouf diventa un film sul dolore e la rinascita
Il successo è un’illusione: di fronte alle luci della ribalta, al pubblico che ti ferma per strada e ti reclama come se fossi la cosa più importante che ci sia, ci sono ombre dalle quali è impossibile fuggire. Quella di Otis ha un nome e un cognome: James Lort, il padre che tiene il figlio sotto scacco qualsiasi cosa faccia. Non si impegna abbastanza, dice. Se non fosse per la sua indolenza a quest’ora girerebbe i film di Hollywood e non si prenderebbe le torte in faccia in uno show per ragazzi, non fa che ripetere con la bottiglia in mano e la pancia che trasborda, sfilando sul bordo della piscina del motel nel quale vivono con il rischio di scivolare da un momento all’altro. Honey Boy, il nuovo film di Alma Har’el al cinema dal 5 marzo, è una storia di dolore che porta alla riflessione. Tanto più che a scriverla è Shia LaBeouf, che in scena vediamo nei panni di James, ma che nella vita è sempre stato Otis.
Il difficile rapporto con il padre e il successo che rimbomba e stordisce come le casse che trasmettono una musica troppo alta sono, infatti, i temi che LaBeouf ha voluto trasmettere in questo racconto parzialmente autobiografico, in questo film che è più una terapia per guarire dalle frasi non dette e dalle emozioni lasciate in sospeso. Così come il personaggio di Otis, anche Shia, scortato dal padre Jeffrey, ha assaporato il successo giovanissimo: a dieci anni era già attivo come attore, a quattordici era il protagonista di una serie su Disney Channel e a venti, tra successi come Transformers e Indiana Jones, era tra gli attori più cercati di Hollywood. Nel 2017, però, le cose cambiano, iniziano le dipendenze e i primi processi che lo portano a intraprendere un percorso di riabilitazione per rimettersi in carreggiata. Shia quella sfida la vince: dalla rehab esce pulito e con in mano una sceneggiatura che diventerà, appunto, Honey Boy, un viaggio che ci aiuta a comprendere cosa si nasconda dietro alle baby-star, allo stress e alle pressioni che subiscono da chi li vuole spremere fino all’ultima goccia.
https://www.youtube.com/watch?v=5RR8WTQzwSkI demoni, LaBeouf sceglie di affrontarli a viso aperto attraverso il personaggio di Otis, interpretato da bambino da Noah Jupe (Wonder) e da adolescente da Lucas Hedges (Tre manifesti a Ebbing, Missouri): un ragazzo che, guardando alla carriera che ha costruito, si accorge di soffrire di disturbo post-traumatico nonostante non abbia combattuto sul fronte, come dice lui. Il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, dall’anonimato alla celebrità, lo segna in modo particolare proprio per via del rapporto col padre che proietta su di lui tutte le cose che avrebbe voluto per sé e che non ha mai avuto. Da ex clown di rodeo e da criminale, il personaggio di James trascina dentro di sé l’inquietudine e la malinconia degli uomini incompleti, di quelli che non hanno fatto abbastanza e che capiscono che ormai è troppo tardi per rimediare. Tormentare Otis è per lui l’unico modo per sentirsi utile e occupare le giornate, totalmente ignaro di lasciare sul figlio tracce che non riuscirà a cancellare neanche da adulto, esattamente come Shia. Un film che è un pugno nello stomaco e che ci insegna che non è tutto oro quel che luccica e che, grattando via la superficie, si nascondono abrasioni che non avremmo mai pensato di trovare.
