Ritrovata “La statua vivente”, il film del 1943 tutto girato a Trieste dal regista Mastrocinque
TRIESTE. Un documento eccezionale della storia di Trieste e del cinema italiano è tornato a sorpresa alla luce. Il film “La statua vivente” diretto nel 1943 da Camillo Mastrocinque, il primo importante lungometraggio di finzione sonoro pienamente girato a Trieste, che si riteneva perduto, è stato ritrovato in Argentina dallo storico Fernando Martin Peña, che nel 2008 aveva già scoperto la versione completa di Metropolis di Fritz Lang in una copia 16mm di seconda generazione con sottotitoli in spagnolo. Ora recuperato e restaurato grazie all’impulso dello studioso triestino Sergio M. Grmek Germani e della Cineteca del Friuli, il film “La statua vivente” sarà proiettato il 13 agosto in prima mondiale al Festival di Locarno, introdotto dallo stesso Germani, e in seguito in prima italiana al 20° festival triestino I Mille occhi.
Oltre che girato a Trieste, “La statua vivente” vede protagonista l’attrice triestina Laura Solari, una vera star dell’epoca scoperta proprio da Mastrocinque, e include nel cast in un piccolo ruolo anche la leggenda comica nostrana Angelo Cecchelin.
Si tratta di un ritrovamento epocale innanzitutto perché il film, di cui erano note le riprese in città ma non la misura delle stesse, si rivela a detta dei ricercatori ricco di magnifiche location triestine, da Porto Vecchio a Sistiana: una straordinaria e inedita testimonianza filmata quindi - come paradossalmente solo il cinema di finzione sa fare - sulla realtà sociale e visiva della Trieste passata.
“La statua vivente” è storicamente una pellicola di assoluto rilievo. Diretta dall’eclettico veterano Mastrocinque, regista di grandi successi comici e poi di notevoli horror, girata alla Titanus a Roma per gli interni, elogiata per l’«accurata regia» dal massimo critico dell’epoca Pietro Bianchi, schierava come protagonista, insieme alla Solari, quel Fosco Giachetti che al tempo era l’indiscusso divo maschile del melodramma, spesso al fianco di un’altra star giuliana, Alida Valli.
Tratto da “La statua di carne”, testo teatrale ottocentesco del friulano (di San Daniele) Teobaldo Ciconi, il film sviluppa un curioso intreccio fra realtà e sogno.
Nella vicenda, sulla falsariga anche del mito di Pigmalione, un marinaio (Giachetti) rimane vedovo a causa di un incidente d'auto il giorno delle nozze. Tenta di dimenticare la perdita cedendo all'alcol e frequentando i bordelli, ma qui incontra una donna, Rita, identica alla moglie Luisa (Laura Solari). E in questo sdoppiamento del personaggio femminile, non si può fare a meno di vedere questo film come un affascinante precursore de “La donna che visse due volte” (“Vertigo”, Alfred Hitchcock, 1958).
Per questo singolare spunto, “La statua vivente” è sempre stato considerato uno dei film chiave del fantastico italiano. Proprio negli ultimi anni del fascismo, si fa strada infatti un filone gotico e perturbante che caratterizza alcune pellicole adattate dalla letteratura o dal teatro, di sapore oscuro o decadente, “Gelosia” (1942) e “Il cappello del prete” (1944) di Ferdinando Maria Poggioli, “Malombra” (1942) di Mario Soldati, toccando anche i gialli anomali del regista triestino Giacomo Gentilomo, “Brivido” (1941) e “Cortocircuito” (1943), che sfoceranno nel dopoguerra nei cupi mélo “La cieca di Sorrento” e “Le due orfanelle”.
Si sente per questi film l’imitazione americana, ma si parla anche di “mal francese”, di evocazione delle atmosfere ambigue se non morbose di Carné o Duvivier. Il rimando può valere anche per “La statua vivente”, di cui un critico polemico come Giuseppe De Santis loda il paesaggio filmato da Aldo Tonti - il quale nello stesso 1943 era direttore della fotografia anche di “Ossessione” di Visconti, già aiuto regista di Renoir – paesaggio che finalmente potremo ammirare: «Bellissimi alcuni esterni invernali dalle tonalità plumbee, con quei cieli bassi e coperti, e le zone d’ombra sulla terra fredde e remote».
