Le lacrime del medico vaccinato dalla moglie infermiera: «Penso ai colleghi morti»
Solo e in silenzio. Davanti al grande abete. Gli alberi a Natale sono tutti ben in vista, ingombranti, quasi invadenti. Quello, invece, se ne sta in un angolo, proprio dove la grande hall dell’ospedale delle Apuane di Massa si fa stretta stretta. Neanche una pallina a decorarlo, ma decine di foto. Volti coperti da maschere e visiere. Medici, infermieri, operatori sanitari. Guido Bianchini, carrarese, diabetologo e internista, responsabile del reparto Covid, quei volti se li guarda tutti. Solo davanti all’albero. Come a ricordarli, a ringraziarli. Un tributo composto e silenzioso.
Sono i volti degli altri a fargli compagnia, a ronzargli nella testa. Ha il turno di notte, ma al Noa, l’ospedale Apuano, ieri è arrivato di mattina: è un giorno speciale per lui, deve vaccinarsi. Primo fra gli apuani. È salito al secondo piano, ha sfilato il camice, allungato il braccio: è stato paziente per qualche minuto. Paziente di un’infermiera speciale perché a somministrargli il vaccino anti-Covid è stata sua moglie, Laura Dell’Amico, da anni alla pre-ospedalizzazione e da marzo tornata in reparto ad aiutare colleghi e colleghe. Laura è emozionata, sente la mano tremare, sa che la diluizione va fatta con calma, sa che le tacchette del dosaggio sono piccole e vanno guardate bene. Trema, ma non perde il controllo, guida la mano e vaccina suo marito. Con un tripudio di emozioni per le quali non trova nome, con orgoglio e felicità perché «almeno lui, che sta a contatto con i malati Covid ogni giorno, presto sarà protetto». Presto, quando, dopo la seconda dose il 15 gennaio, i primi anticorpi si faranno avanti, pronti a debellare il virus se dovesse presentarsi.
Guido Bianchini aspetta un quarto d’ora, dopo l’iniezione, così prevedono i protocolli sanitari, poi scende due rampe di scale: ci sono i giornalisti, lo aspettano nella hall. Ma lui non si fa notare, sgattaiola fino all’albero. E se lo guarda. Guarda quelle foto, si vede passare davanti persone e storie. Mesi. Mentre si proietta in un futuro in cui il virus non c’è più, vede il passato di fatica e il presente di pazienti che combattono ancora. Lui, da mesi in prima fila, responsabile clinico del reparto Covid, lui, da anni a fianco dei malati in medicina, non si è mai stancato di ripeterlo che la cura è un’esperienza collettiva e condivisa, che a vincere è sempre una equipe. I volti, le decine di volti.
È felice e non lo nasconde, felice «perché se fino ad ora abbiamo cercato di limitare i danni, adesso possiamo sperare di passare alla prevenzione». Evitarlo il Covid. Eppure quella felicità è offuscata, come un albero di Natale in un angolo, perché c’è poco da festeggiare, perché al Noa ci sono ancora 60 ricoverati, perché 12 di loro sono in terapia intensiva, perché tanti non ce l’hanno fatta.
Lo ha detto Guido Bianchini quando ha saputo che sarebbe stato il primo vaccinato, lo ha confidato che non avrebbe potuto smettere di pensare ai suoi colleghi che non ce l’hanno fatta, ai dottori Cesare Landucci e Nazareno Catalano che non ci sono più, «che hanno pagato con la loro vita l’amore per la professione, la vicinanza ai pazienti. Se avessero avuto l’opportunità che ho avuto io, ce l’avrebbero fatta. Per loro mi sono prenotato per la vaccinazione, per loro e per i miei e i nostri figli, per la possibilità di un futuro migliore».
La mascherina copre le espressioni, ma non nasconde le lacrime: ha gli occhi gonfi il dottor Bianchini, pieni di lacrime pesanti: «Ci sono ancora tre medici ricoverati qui al Noa e uno di loro è in terapia intensiva. Li penso e vorrei che fossero qui, al mio posto. Mi sono vaccinato per loro».
Per loro che, dopo mesi e mesi di lotta in corsia, tra i malati, si ritrovano pazienti: «Ho in testa loro – ripete Guido Bianchini, come se i volti di quei colleghi non potesse neanche allontanarli un attimo – sono miei collaboratori. Hanno combattuto il virus al mio fianco in tutti questi mesi e adesso combattono ma dall’altra parte». La parte di chi il virus ce l’ha dentro, di chi sente di non respirare, di chi sente i polmoni affaticati.
I loro volti, quelli dei colleghi che non ci sono più, quelli di decine di sanitari che ogni giorno, senza orari, hanno fatto la loro parte. Quelli dei pazienti: Guido Bianchini più di una volta ha raccontato il dolore della solitudine, ha raccontato degli anziani malati che se ne sono andati stringendo un pezzetto di casa e di amore. Le fotografie di famiglia, i disegni dei nipotini.
Adesso tornano i loro visi, i loro profili. All’ombra di un albero di Natale, in un giorno che fa storia. E le lacrime scendono. —
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