Francesco Rutelli, presidente dell’Anica: «Difendiamo la bellezza e la forza della sala»
Non c’è decennio in cui il cinema non è dato per spacciato. È successo con l’avvento della televisione, con l’home video, con le piattaforme digitali e pure con l’on demand. Eppure la sala resiste e, specie in tempi di Covid, dimostra di essere ancora l’esperienza unica alla quale il pubblico non vedeva l’ora di ritornare. Ce lo dicono i dati: dal 19 agosto al 7 settembre 2020, sono 1 milione e 300mila gli spettatori che, complice l’uscita di film particolarmente appetibili per il grande pubblico come Tenet e After 2, hanno scelto di riassaporare il piacere di andare al cinema e di gustarsi un film alla vecchia maniera, come è sempre stato. A confermarlo è anche Francesco Rutelli, presidente dell’Anica, l’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali che ha visto recentemente l’adesione di un broadcaster importante come Viacom e di piattaforme come TimVision, Chili e Netflix: «In un momento in cui gli stadi e i teatri sono chiusi e i concerti non si possono fare se non per pochi intimi, il fatto che la sala sia vissuta come un luogo sicuro da parte del pubblico, pur con una perdita del 79% delle presenze rispetto al 2019, è un segno di vitalità e di serietà».
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Alberto Barbera: «Aspettando il capolavoro»Rutelli risponde al telefono dalla Mostra del Cinema di Venezia, reduce da una breve chiacchierata con la Presidente di Giuria di quest’anno Cate Blanchett – «è deliziosa», specifica – e pronto all’incontro e al confronto, alla costruzione di una rete sempre più capillare che renda il mercato italiano ricco e competitivo, incentrato sulla qualità e sull’originalità. Ben consapevole del bisogno di guardare oltre, di cooperare con quelli che i puristi definiscono ingenuamente ancora «nemici» – dai contenuti mordi e fuggi che prolificano sui social alle stesse piattaforme che avrebbero impigrito il pubblico rendendolo restio a tornare in sala – affinché il modello sia rodato, complice, inattaccabile.
La Mostra del Cinema di Venezia numero 77, quella che rischiava di saltare così come Cannes e Locarno, miete successi pur avendo rinunciato ai blockbuster hollywoodiani. Come se lo spiega?
«Venezia è una grande prova di responsabilità e di coraggio, un segnale al mondo che ci guarda. È bello che sia partita dall’Italia questa spinta di creazione intelligente, costruttiva e competitiva. Un impegno che continuerà a ottobre a Roma con il Mia, il Mercato Internazionale dell’Audiovisivo, il primo che si terrà in Europa dopo l’annullamento dei precedenti. Gestiremo l’evento sia in presenza che attraverso i collegamenti online, che verranno fatti in sicurezza. Per noi di Anica è una sfida innovativa, un rilancio indispensabile».
Insieme al successo di Venezia, c’è da sottolineare la riapertura di molti set, cinematografici e televisivi, già nei mesi di giugno e luglio.
«I set in Italia sono ripartiti con fatica e costi maggiori, ma a pieno regime. Molti titoli sono stati finiti e altri sono stati girati integralmente e conclusi. È un punto di partenza non indifferente».
Prima parlava della sala come di un «luogo sicuro»: lo è davvero?
«Direi di sì, specie in un momento ricco di problematicità e con tanta preoccupazione per le discoteche. Al cinema le persone entrano, praticano il distanziamento, e possono scegliere di gustarsi un film anche con il proprio nucleo famigliare, i figli e i compagni: è un pre-ritorno non dico alla normalità, ma alla vita che ha bisogno anche di socialità».
Insomma, al di là del consumo delle piattaforme durante il lockdown, la gente sentiva il bisogno di tornare al cinema.
«Ben prima della problematica legata al Covid, noi di Anica eravamo consapevoli di voler tenere unita e vitale tutta la filiera, che ha al suo interno elementi radicalmente nuovi come le piattaforme, che si integrano alla sala, e i broadcaster. Il pubblico ama la sala, ma quello che è accaduto durante il lockdown ha visto crescere notevolmente la domanda dei contenuti, che si è indirizzata verso le piattaforme, le smart tv e i telefonini: si è trattato di un cambiamento sistemico. Il fatto che Anica abbia visto nell’ultimo anno l’ingresso di TimVision, di Chili e di Netflix dimostra che c’è grande consapevolezza da parte di tutti di questa necessità di valorizzare il prodotto in tutti i momenti salienti della catena, dalla fase di concezione a quella distributiva. L’industria è consapevole che il mondo è cambiato, ma continuiamo a vedere la sala come una componente imprescindibile, tutta da scoprire».
Qualcuno, però, inverte la rotta. Come Disney che, a differenza di quanto aveva pianificato, distribuisce il live-action di Mulan sulla piattaforma Disney Plus al prezzo di 21.99 euro. È una scelta che paga, secondo lei?
«Dopo il Covid abbiamo assistito a dei cambiamenti enormi. Una delle maggiori catene di cinema in America ha stretto un accordo con la Universal per tagliare le finestre, ossia il tempo che intercorre tra l’uscita in sala e la possibilità di mandare il film in tv o sulle piattaforme. Disney ha preso questa decisione, mentre altri hanno fatto uscire alcuni film, tipo Tenet, solo in alcuni paesi selezionati. Siamo nel mezzo di un periodo di sperimentazione destinato anch’esso a produrre delle conseguenze di sistema. L’importante è che tutto avvenga nella totale trasparenza con il pubblico e con la consapevolezza che dobbiamo fare il loro interesse».
A proposito di rapporti con l’estero, dove si colloca Anica e, quindi, l’Italia in questo dibattito?
«Stamattina ho sostenuto un focus con l’India – la prima volta che a Venezia ci si avvicina a Bollywood, nonostante sia un paese fortemente colpito dal Covid. Ieri ero in riunione con la Cina e nei prossimi giorni parteciperò a un nuovo seminario con Hollywood: il mondo in questo periodo di parla, ed è importante l’Italia sia al centro di questi dialoghi per il futuro delle maestranze, dei lavoratori, dell’industria ma, soprattutto, del pubblico. Durante il lockdown gli spettatori sono diventati più esigenti, e anche la qualità della domanda si è elevata. La gente ha fruito di più prodotti – documentari, film, serie – e ne siamo usciti tutti con una maggiore esperienza audiovisuale che non potrà non portare dei cambiamenti nel rapporto tra la domanda e l’offerta».
Quanti film ha visto durante il lockdown?
«Il numero preciso non glielo so dire. Sono passato dai vecchi film d’epoca italiani, quelli con Sordi e Totò, alle serie più eterodosse, senza dimenticare i documentari d’arte e i contenuti brevi: ho fatto la mia buona scorpacciata».
Cosa rappresentano i contenuti brevi, per lei?
«Sono fondamentali, specie in rapporto alle nostre industrie e alle nuove modalità espressive di cui disponiamo. Due anni fa ho creato Videocittà, il Festival delle Immagini in Movimento, proprio per avere un primo confronto con gli youtuber, gli autori di realtà virtuale, gli artisti visuali e gli animatori: è stata una palestra eccezionale che, sul lungo periodo, ci ha dato ragione. Basti pensare ai produttori e ai distributori che hanno scelto di dare una possibilità agli youtuber italiani più famosi come i Me contro Te, dimostrando che anche i più giovani vanno al cinema. Oggi bisogna mischiare i generi, far incontrare le esperienze e non fermarsi alla triade sala-tv-piattaforma o alla distinzione tra lungometraggio e cortometraggio. Prima sarebbe potuto sembrare una bestemmia il fatto che Almodóvar portasse un corto a Venezia: ci esercitiamo con tutti gli strumenti che ci offre l’orchestra dell’audiovisivo».
Il passaggio in sala, specie negli Stati Uniti, continua, però, a rappresentare un elemento necessario per far sì che un titolo possa concorrere alla cosiddetta «stagione dei premi». È una scelta al passo con i tempi?
«È una cosa che sdrammatizzerei. In Italia abbiamo visto che le uscite di film in sala con una finestra breve, quelli che restano in cartellone per 3 o 4 giorni, possono ottenere dei risultati pur puntando molto sulla dimensione del web. Penso al documentario su Chiara Ferragni dell’anno scorso: nessuno pensava che avrebbe avuto un successo così enorme al cinema, eppure è successo. Vorrei sdrammatizzare queste barriere di un film di una piattaforma che non può andare in sala e viceversa: va difesa la bellezza e la forza di questa esperienza, che amplifica anche messaggi fondamentali. In queste ore, per esempio, sono stato alla presentazione del progetto di Manuela Cacciamani sul revenge porn, un lavoro cinematografico che sarà promosso sul web e che poi entrerà nelle case di tutti grazie alla Rai. Parliamo di una funzione sociale ed etica che ha bisogno dell’audiovisivo, un oceano sempre più difficile da arginare che deve essere regolato. Noi italiani siamo un mercato di dimensioni medie e dobbiamo difendere l’industria e chi ci lavora, specialmente in questo periodo».
Qual è il rischio che corre il mercato italiano nel post-Covid?
«Che la dimensione produttiva italiana possa portare a delle cannibalizzazioni, ma stiamo lavorando a fondo per tenere la filiera unita e dare alle imprese gli strumenti necessari per essere competitive attraverso la realizzazione di prodotti dal respiro internazionale e una libertà creativa e produttiva commisurata a questi importanti cambiamenti».
Abbiamo parlato di come la sala rappresenti una vera e propria esperienza: ricorda la sua primissima volta al cinema?
«Vista la mia età, era probabilmente un film dei fratelli Lumière (ride, ndr). Scherzi a parte, se chiudo gli occhi e penso a quell’immagine del treno in corsa non ci vedo un’icona del passato, ma della contemporaneità, di tutto quello che abbiamo vissuto in questi decenni. Sembrava che il cinema non sarebbe sopravvissuto alla tv, all’home video e alle piattaforme, invece è ancora qui. Questo perché ha la capacità di essere innovatore, tant’è che con Anica apriremo presto una sezione dedicata ai creativi digitali. Non possiamo prescindere dalle nuove generazioni».
