«Pretty Little Liars»: pronto il reboot. Ma un doppione della serie non dovrebbe esistere
L’indiscrezione è stata ufficializzata dall’Hollywood Reporter. Roberto Aguirre-Sacasa, che ha saputo reinventare i fumetti Archie Comics nella popolare serie tv che è Riverdale, sarebbe stato ingaggiato per confezionare una versione propria di Pretty Little Liars. Un reboot, gli sarebbe stato chiesto, senza che la produzione si soffermasse un solo attimo a considerare quanto poco tempo sia passato dal gran finale di stagione, dalla risoluzione dei misteri di Rosewood e dal tentativo, miseramente fallito, di dar loro un qualche seguito.
Pretty Little Liars si è concluso nel 2017, tirando le fila di un «caso» lungo sette anni. Alison, la minaccia di un doppione mistificato dietro la prima lettera dell’alfabeto, le sventure di Aria, Spencer, Hanna ed Emily sono convogliate, allora, in un finale logico, suggellato dalla promessa di una vita nuova. Sarebbero state felici, le ragazze martoriate dallo spettro della morte. Le stesse che Marlene King, oggi polemica nei confronti di un possibile reboot, si è azzardata a ficcare dentro uno spin-off senza capo né coda. The Perfectionist, ordito prima ancora che Pretty Little Liars arrivasse ad una conclusione, avrebbe dovuto raccontare la seconda vita di Alison e Mona, nemica-amica del gruppo originale. Ma qualcosa, nei meccanismi di narrazione di Marlene King, deve essersi perso, perché il sequel della serie madre si è rivelato la sua copia slavata: il desiderio, puerile e goffo, di tirare innanzi una trama morta, senza avere però la capacità di rinverdirla.
The Perfectionist ha sancito la fine di Pretty Little Liars, e la notizia di un reboot ha dato alla serie il colpo finale. Marlene King, su Twitter, ha provato a sottolineare quanto poco senso abbia proporre una nuova versione di una serie finita tre anni fa. Le si è rimproverato, però, di essere affetta da quella sottile forma di invidia che prende chi non sia coinvolto in un dato progetto. Le si è rimproverato di essere faziosa. Ma le cose, entrambe, potrebbero rivelarsi vere senza che le accuse di Marlene King perdessero in fondamento. Pretty Little Liars ha raccontato tutto quel che ha potuto, dettagliando per sette, lunghi anni la profondità di un mistero complesso, dove figli illegittimi e madri nascoste e bullismo e morte si sono legati indissolubilmente gli uni agli altri. Abbiamo visto tutto. Abbiamo seguito tutto. E perciò, per gli anni spesi a riavvolgere il nastro, cercando di far luce sulle piaghe di Rosewood, non vorremmo vedere oltre.
L’era di Aria ed Alison, di Hanna, Emily e Spencer è finita nel 2017, senza che una sola questione rimanesse in sospeso. Riproporre la stessa trama cambiandone i protagonisti non sarebbe, dunque, una trovata originale, un modo nuovo di raccontare il vecchio, ma la sublimazione di quel desiderio di avidità che porta spesso produttori in crisi a riproporre quanto già visto. Un film, una serie tv, un giallo, com’è Pretty Little Liars, troppo arzigogolato perché se ne possa tirare fuori un reboot capace di stupire. Troppo contorto perché il nuovo non faccia rimpiangere il vecchio, in quel sospiro di rassegnazione che porta lo spettatore conscio a dirsi: «Non dovevate farlo».
