A costo di soffrire
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 37 di Vanity Fair, in edicola fino al 15 settembre.
Vedi caro, che domani tu vinca o non vinca il premio Campiello sarai sempre la persona che con le parole ha fatto le magie più grandi sotto i miei occhi», scriveva venerdì su Facebook Giulia Ichino, antica editor di Francesco Guccini, un’altra che con le parole ci sa fare. Invece Guccini al Campiello è arrivato quarto, ovvero penultimo. Dopo Remo Rapino, Sandro Frizziero e Ade Zeno. E prima soltanto della poetessa Patrizia Cavalli.
«Tanto io non vinco mai», aveva brontolato per tutta la settimana, scaramanticamente. Invece ci teneva un sacco, perché Francesco Guccini, che a noi tutti sembra un mago, un gigante, un uomo che non avrebbe nulla da desiderare, si è sempre sentito più scrittore che cantautore, ha detto sua figlia Teresa. Che già questo è buffo: un cantautore come Guccini, del campionato dei Bob Dylan, è ben più di un normale scrittore, ai nostri occhi. Il libro (Giunti) con cui ha partecipato al premio si intitola Tralummescuro, che è quel momento della giornata che sta tra la luce e la notte, «Il nome che si usa sull’Appennino per quell’ora di pace». Io non l’ho ancora letto, ma lo farò, perché il titolo mi piace moltissimo, e mi piace moltissimo Guccini. Ma la cosa che mi ha toccato di questa storia, e il motivo per cui ne scrivo, è l’aver visto brillare il desiderio, la delusione e la speranza in un uomo di ottant’anni. Che uno dei più stimati e celebrati cantautori della sua generazione, autore di capolavori da Vedi cara in su, di libri come Cròniche epafániche, uno che ha ricevuto un paio di lauree honoris causa, premi di ogni tipo, uno che viene studiato nelle scuole come poeta contemporaneo ed è venerato da critica e pubblico, possa aver tanto desiderato vincere un premio letterario è una cosa che mi intriga tantissimo. Non è bello pensare che anche da anziani non si smetta di emozionarsi, sperare, essere delusi, rimanerci male, di voler essere ricordati per qualcosa che magari non è quella per cui tutti ci conoscono?
Quest’estate ho letto un piccolo saggio che mi è piaciuto molto: Manuale di autodistruzione, di una giornalista olandese, Marian Donner (il Saggiatore). Il titolo ovviamente è una provocazione. Però il libro, l’opposto di un manuale di auto-aiuto che predica sull’assenza del desiderio per il raggiungimento del benessere, fa un sacco di riflessioni interessanti sulla sacrosanta libertà che dovremmo avere di vivere anche in modo inadeguato e infelice, di essere inutili, noiosi e lamentosi. Di bruciare, ballare, sanguinare, insomma di emozionarci, desiderare e vivere intensamente e disordinatamente, a costo di soffrire.
