Dolce & Gabbana, riproduzione vietata
Ognuno è l’happy few di qualcun altro. Ma, forse, quelli per cui creano Andrea e Antonio sono al vertice della
piramide: pochissimi e, almeno sulla carta, i più felici.
Andrea e Antonio (il solo nome di battesimo è policy aziendale) sono rispettivamente il responsabile dell’Alta
Sartoria e dell’Alta Moda di Dolce & Gabbana. Dopo gli studi e una lunga esperienza, sono approdati a quelli che,
probabilmente, sono i posti più ambiti all’interno di una Maison, perché l’alta moda (che sia da donna, come da
tradizione, o da uomo, novità introdotta proprio da Dolce & Gabbana) è lo spazio in cui i limiti (in termini di fantasia e di budget) sono un concetto relativo e piuttosto flessibile. Gli happy few di cui sopra sono circa 400 persone nel mondo (250 donne e 150 uomini) che vestono, per qualche occasione, ma più facilmente d’abitudine, con pezzi unici per i quali sono disposti a spendere da qualche decina (si parte da 3, decine) a qualche centinaio (si arriva anche a 5, centinaia) di migliaia di euro per le creazioni più preziose.
«Sete crêpe de chine, duchesse di raso, pizzi artigianali, capi dipinti a mano libera: si pensava che certi materiali fossero prerogativa esclusiva della moda femminile, e invece li usiamo anche nell’uomo. Mentre studiavo ho capito che l’idea di un universo maschile ristretto e un po’ monotono è solo una convenzione sociale, per di più del nostro momento storico: negli anni Settanta, per esempio, non era affatto così. Adesso il nostro pezzo forte è la clutch, che permette all’uomo di non avere sempre chiavi, telefono e portafoglio in tasca. Chi l’ha detto che le borse sono solo da donna? I limiti stanno soltanto nelle nostre teste», dice Andrea. A ispirare il coraggio di osare, spiega, sono i clienti stessi. «Al di là del solito stereotipo del russo, del cinese e dell’arabo, quelle che vengono da noi sono persone dalle vite interessanti: artisti, filantropi, uomini d’affari. Abbiamo clienti dal Nicaragua, da Nagoya, in Giappone, ma per lo più sono davvero cittadini del mondo: origini varie, nati in un posto, vivono in molti altri, viaggiano per la maggior parte dell’anno. Il loro armadio deve prevedere molte occasioni diverse. Ed è più facile che gli uomini chiedano un intero guardaroba, piuttosto che il singolo pezzo», spiega.
Può capitare che questi clienti trovino il tempo per pensare a come vestirsi soltanto in vacanza, ma non c’è
problema: una piccola squadra di sarti e venditori li raggiunge ovunque, «anche in barca a Santorini».
La forma più canonica per scoprire le proposte di alta moda maschile e femminile prevede la partecipazione a piccoli viaggi-evento organizzati ogni anno da Dolce & Gabbana: Portofino, Napoli, la Sicilia con sfilata e cena al tramonto nella Valle dei Templi di Agrigento. «Una volta viste le proposte, si passa alla personalizzazione: colori, tessuti, dettagli. Per le nostre clienti l’idea di possedere un pezzo unico al mondo è fondamentale. Detestano il pensiero che quegli abiti vengano dati alle celebrities: una foto sul red carpet che fa il giro del mondo brucia completamente l’outfit», racconta Antonio. Le prove, dice, sono almeno due, ma poiché le clienti sono quasi tutte «in taglia» («Quaranta?», chiedo. «Trentotto», mi risponde. «La maggior parte sono giovani. Alcune vengono in coppia: madre e figlia»), questo velocizza il processo. Naturalmente gli abiti haute couture possono vestire ogni fisico. «Ma se c’è da scoraggiare e consigliare altro, si deve farlo. Non siamo commessi che devono vendere, ma punti di riferimento di scelte economicamente importanti. Se prendi qualcosa che non ti sta bene – può capitare – prima o poi te ne accorgi e non ti fidi più di chi ti ha sostenuta nell’acquisto. La sincerità paga sempre», spiega Antonio.
Per avere un abito di alta moda ci possono volere anche tre mesi, perché spesso le lavorazioni richiedono molto tempo. Ma anche questo tempo, e le prove, sono parte del gioco. Ci sono donne che comprano solo qualche abito (l’alta moda non è solo da sera) o chi si fa fare l’intero guardaroba. Il concetto di guardaroba è piuttosto vago: «Può comprendere dai 20 ai 40 pezzi e per ognuno si studia tutto: dalla lingerie ai gioielli da abbinare a ogni outfit». Le clienti che vestono alta moda Dolce & Gabbana spesso acquistano haute couture anche da altri marchi. «Bisogna essere onesti, e non essere gelosi», dice Antonio. Quello che cercano nel brand italiano è anche l’altissima artigianalità che i suoi fondatori amano, e tentano di preservare. «Il tombolo, il chiacchierino, il piccolo punto sono manualità speciali che bisogna salvare nella loro unicità. Il pizzo che si fa a Cantù è diverso da quello delle Marche o siciliano. Per questo abbiamo portato alcuni artigiani dentro l’azienda, e stiamo formando giovani a quelle arti. Ci piace l’idea della tradizione ma anche dell’innovazione: inventare noi pizzi e ricami», dice Andrea, che li utilizza molto anche per l’uomo. «La nostra artigianalità è un vanto nazionale», aggiunge Antonio. «Il folk, nel senso più alto del termine, è lo specchio della nostra cultura».
Al dipinto a mano libera sui tessuti lavorano in cinque, ognuno con il suo stile. «Spesso riproduciamo opere d’arte famose. Le decidiamo insieme al cliente e poi, per fare le cose per bene, chiediamo sempre l’autorizzazione ai musei dove sono esposte; solo una volta ottenuta, procediamo. Ricordo un cliente, avevamo scelto insieme di riprodurre un dipinto molto noto. Gli ho spiegato l’iter: bisognava cercare il museo in cui era esposta l’opera e avere il loro ok. Mi ha risposto che non era necessario: il quadro era suo».
