«Houston, abbiamo un problema». Intervista con Luca Parmitano dal lockdown
La rete cellulare non funziona bene, e il collegamento tra Milano e il Texas, all’inizio, ha qualche intoppo. Segnale occupato. Poi, secondi di silenzio. Quando finalmente riesco a mettermi in comunicazione con Luca Parmitano, i pianeti si allineano. Non solo ho l’occasione di dire, per una volta nella vita, a proposito, «Houston, abbiamo un problema», ma coincidenza vuole che il 13 aprile saranno 50 anni dalla prima volta che quella frase è stata pronunciata, quando un incidente costrinse al rientro la missione del terzo allunaggio, l’Apollo 13, che tenne con il fiato sospeso il famoso centro di controllo della Nasa e il mondo intero. In realtà oggi, il «problema» è un altro, e anche a Houston si chiama Covid-19. L’astronauta dell’Agenzia spaziale europea, rientrato il 6 febbraio in Kazakistan dopo 202 giorni sulla stazione spaziale internazionale per la missione Space Beyond, si sente comunque fortunato. «Se fossi tornato sulla Terra solo qualche settimana dopo, sarei dovuto rimanere al centro Esa di Colonia, in Germania, dove ero in quarantena dopo la missione, e non sarei potuto venire a casa, dalla mia famiglia». Parmitano da tre settimane è in «lockdown», ossia soggetto alle restrizioni di movimento imposte dalle autorità (uscite solo per motivi indispensabili) per combattere l’emergenza Covid-19, nella sua casa di Houston, con la moglie Kathy e le figlie Maia e Sara.
Modelli di intelligenza artificiale hanno ipotizzato la fine dell’emergenza, nella sua zona, intorno al 12 maggio. Lei segue queste previsioni?
«Come tutti. Mi affido agli epidemiologi e agli scienziati, spero finisca prima possibile e che si trovi la cura al più presto. È un momento molto strano dell’umanità: abbiamo accesso a tutte le conoscenze e a tutto lo scibile mondiale ed è difficile fare una distinzione tra l’informazione di valore e la carta straccia. È indispensabile affidarsi a chi della competenza in un campo ha dedicato la sua vita. È importante che tutti seguano le indicazioni, prima di tutto stando a casa».
La stazione spaziale è grande 425 metri cubi, la sua casa com’è?
«Nello Spazio il movimento, essendo libero dagli effetti gravitazionali, si moltiplica: e la stazione ha il volume di un jumbo jet perciò non si soffre di claustrofobia. Casa mia è ovviamente più piccola, tuttavia viviamo una zona suburbana, abbiamo un giardino e siamo circondati da parchi molto grandi, dove se incontri qualcuno è un record. Per ora possiamo ancora andarci, con le dovute precauzioni».
Come passa il tempo in questi giorni?
«Sono in telelavoro, dal mio studio, come tutti, perché il Johnson Space Center è chiuso, tranne per i lavori critici di sostegno alla Stazione Spaziale Internazionale. Devo organizzare dei briefing, con L’Esa e la Nasa sulla missione appena compiuta, quindi è fattibile. Possiamo comunicare via teleconferenza senza problemi. Il resto del tempo posso dedicarmi alle mie figlie, le scuole sono chiuse, per cui fanno home schooling».
È in difficoltà con i compiti?
«Ammetto che ho ripreso in mano certi libri non mi ricordavo la complessità di alcune materie. Con la più grande riesco a confrontarmi di più – le equazioni di secondo grado, la geometria; con la piccola è più difficile, devo fare più da maestro che da padre ma è durissima. Vengo da una famiglia di insegnanti e quindi conosco la difficoltà del mestiere. Maia e Sara sono molto brave a scuola, per fortuna, ma per me certi testi delle elementari paiono alieni».
Lei è un esperto di quarantene e ha invitato gli italiani a stare a casa. Come trascorre il «tempo vuoto», ha dei consigli?
«Quando ero adolescente, e ho fatto l’esperienza di studio all’estero in California, mi è stata detta una frase: only boring people get bored. Ossia: solo le persone noiose si annoiano. Mi ha colpito tanto, perché nessuno vuole essere definito “noioso”. Per cui tutte le volte che ho la sensazione di annoiarmi, da allora, ho un moto di orgoglio e mi metto in testa di fare qualcosa. Soprattutto tendo a fare cose che sono al di fuori della mia zona di comfort. Adoro il rock degli anni ‘60 e ‘70, dai Beatles in poi, ma non sono un musicista molto dotato, anzi, le mie figlie e mia moglie possono testimoniare. Quindi mi cimento a suonare gli strumenti che ho, tastiera, chitarra, armonica, come sfida. E così anche in altri ambiti artistici, come la pittura, perché di certo non ho una prevalenza dell’emisfero sinistro del cervello».
Tornando al suo lavoro: la Stazione Spaziale si occuperà anche di Covid-19?
«La Stazione Spaziale Internazionale è un grande laboratorio di ricerca, anche da un punto di vista biologico. Una delle scoperte che abbiamo fatto nel corso di vent’anni di lavoro sulla stazione è proprio quella che riguarda la mutazione dei virus. Mappando i geni la cui espressione cambia, in orbita, si è ad esempio capito quali di questi ne comportino la virulenza. Il Covid-19 è troppo recente per studiarlo lì, ma la tecnologia spaziale se ne occupa in un altro modo, non meno importante: tutte le volte che vedete su Internet una “mappa del contagio”, tenete presente che quelli sono dati accessibili solo grazie al coordinamento satellitare: tutti strumenti che abbiamo grazie alla ricerca spaziale».
È stato il primo italiano a «passeggiare» nello Spazio, sa letteralmente che cosa significa sentirsi un puntino nell’universo. Noi invece spesso ci sentiamo onnipotenti: questa crisi ci può ridimensionare?
«L’effetto più comune che ha il volo spaziale sugli uomini è il cosiddetto overview effect: si ha una visione d’insieme del mondo. Forse questa cosa che provano gli astronauti ci fa capire meglio che la nostra vita e il nostro mondo sono interdipendenti. Se questa emergenza ci ha fatto comprendere che ci sono delle conseguenze alle nostre azioni, molte delle quali non controlliamo, forse è un momento di crescita, sì».
Dallo Spazio lei ha twittato spesso sull’emergenza ambientale. Prima l’Amazzonia e poi l’Australia. Ci voleva un disastro sanitario per metterci su un’altra strada?
«Questo che viviamo ora è solo una parte del disastro che è in corso ormai da anni, in realtà. Ma non lo volevamo vedere. Adesso stiamo vivendo una pandemia che ci riguarda come uomini e ci spaventa di più, ma di fatto esistono altre pandemie che ci riguardano in quanto esseri viventi e di cui magari abbiamo meno consapevolezza: riguardano certi insetti e animali. Il prezzo che stiamo pagando, le conseguenze terribili di questa pandemia – il mio pensiero va a tutte le persone che hanno perso dei cari e anche in modo dolorosissimo – non possono non insegnarci nulla. Vorrei sperare che i leader dei vari Paesi capiscano che siamo un unico sistema, e se questo nemico invisibile riesce a unirci e ad abbattere certe barriere, allora ben venga la cooperazione che ne nascerà».
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«Io ho imparato a non avere aspettative, perché è il modo più ovvio di avere delusioni. Da professionista, da padre, da figlio, in ogni mio ruolo, sono una persona che vive nel futuro, pianificando i propri obiettivi: ammetto che riuscire a pensare al presente, per me, è molto dura. La missione più difficile, forse. In questo momento l’insegnamento più grande che io stesso posso ricevere è quello di vivere nel momento. E prendere l’aspetto positivo: dedicarmi alla mia famiglia a Houston, e a tutto ciò che ho, ed evitare di pensare a quello che mi manca, il conforto dei miei genitori, di mio fratello, dei miei amici a cui non posso avvicinarmi».
Luca Parmitano, 43 anni, astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea e colonnello dell’Aereonautica Militare Italiana. Ha «passeggiato» sei volte nello Spazio. Vive a Houston, Texas, con la moglie Kathleen Dillow e le due figlie, Sara e Maia. È protagonista di due documentari in uscita, Starman, presto sulle piattaforme streaming, e Space Beyond.
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