Dalla Sea-Watch alla Siria, la forza dei Popoli
«La cosa che più ci ha colpito sono stati i loro sguardi: ogni giorno passavano dalla speranza alla delusione, la speranza di poter sbarcare, ma poi subito la delusione, appena veniva comunicato che − ancora una volta − nessun Paese europeo era disposto ad accoglierli».
Nadia Kailouli e Jonas Schreijäg sono i due autori del documentario girato a bordo della Sea-Watch 3 quest’estate, nei lunghi giorni in attesa del permesso di attraccare con il carico di 53 migranti salvati in mare. Il film è uno degli eventi della 60esima edizione del Festival dei Popoli, in corso a Firenze fino al 9 novembre. Evento cruciale, in un momento in cui in Italia il governo è cambiato ma ancora sulle politiche di immigrazione la posizione non è definita.
Nadia ha 36 anni, ha iniziato in televisione come presentatrice, per poi dedicarsi al giornalismo d’inchiesta. Jonas è un freelance trentenne, che si dedica a sua volta a programmi di investigazione e documentari. Insieme, sono saliti sulla Sea-Watch 3 e ne hanno documentato il viaggio. Lo hanno fatto perché «il contesto politico per le organizzazioni di soccorso oggi è molto più ostile rispetto ad anni fa e nello stesso tempo in mare la gente sta morendo. Così, come giornalisti abbiamo sentito la necessità di affrontare l’argomento e abbiamo deciso di imbarcarci a inizio giugno».
La missione che documenta Sea-Watch 3 è quella capitanata da Carola Rackete. «Com’è Carola? Abbiamo passato tre settimane insieme a bordo e abbiamo conosciuto una donna molto concentrata e solitaria. Da fuori, dava la sensazione che nulla potesse distoglierla dal raggiungere l’obiettivo che si era prefissa, questo anche nelle situazioni più difficili e tese, come quando la polizia è più volte salita a bordo in piena notte», spiegano i due registi. Ma il focus del film non è la capitana: sono uomini, donne e bambini che hanno affrontato il mare e la morte nella speranza di un futuro. «Noi pensiamo che il nostro film», spiegano Nadia e Jonas, «sia davvero in grado di avvicinare lo spettatore il più possibile agli eventi. E dare finalmente voce a chi dovrebbe essere al centro di questo dibattito: i rifugiati che sono fuggiti dagli orrori raccapriccianti della Libia».
Se Sea-Watch 3 commuove (in Germania, dicono i registi, molti spettatori «si sono emozionati, indipendentemente da ciò che alla fine ne pensano»), non è però l’unico documentario del Festival dei Popoli che ha il coraggio di mostrare da vicino gli orrori del mondo contemporaneo. Il 7 novembre viene proiettato The Cave, diretto da Feras Fayyad (regista che l’anno scorso è stato nominato all’Oscar per i documentario Last Men in Aleppo), una «memoria dal sottosuolo» che testimonia la vita e la morte nell’ospedale siriano di Ghouta, dove i medici lavorano in ambulatori e sale operatorie interamente sotterranee, per sopravvivere ai bombardamenti. Anche qui, come sulla Sea-Watch, è femminile il volto simbolo: la giovanissima direttrice dell’ospedale, che deve scontrarsi − oltre che con la mancanza di medicinali, il sovraffollamento e infinite difficoltà − anche con il pregiudizio legato al suo essere donna che lavora.
A fronte delle «eroine», ci sono le vittime: dalle ragazze peruviane costrette a prostituirsi in By the Name of Tania alle vittime di una violenza raccontata in prima persona in That Which Does not Kill. Ma c’è anche, in questa sessantesima edizione diretta da Alberto Lastrucci, una prevalenza di registe: nel concorso, donne battono uomini 11 a 10.
Quanto ai temi affrontati nei film, non tutti naturalmente sono drammatici. E così, fra gli eventi speciali, è stato scelto Celebration, dedicato agli ultimi anni di Yves Saint Laurent, ed è stato presentato Cunningham 3D, in occasione del centenario della nascita del famoso coreografo americano. Infine, trattandosi di un anniversario importante − i 60 anni − il festival ha voluto ricordare i «gioielli» del proprio passato. Nella sezione Diamonds Are Forever sono così stati ripresi alcuni dei documentarim più importanti presentati nelle scorse edizioni e filmati da registi come Jean-Luc Godard, Chantal Akerman, Joris Ivens.
