Riccardo Cocciante: «Quasimodo ci insegna che la diversità è ricchezza»
«Credo che tu saresti perfetta per cantare l’Ave Maria Pagana». Quando Riccardo Cocciante, seduto al tavolo di un ristorante milanese, ha portato la conversazione su Notre-Dame de Paris, Elhaida Dani non aveva idea di quale canzone le fosse stato suggerito di cantare. La giovane albanese, prima vincitrice di The Voice of Italy, conosceva solo parte del musical. Ma ammetterlo, di fronte all’uomo che, prima in Francia, poi in Italia, lo aveva portato al successo, le sarebbe costato caro. Così, Elhaida Dani ha stiracchiato un sorriso e proseguito i bagordi che, sei anni fa, sono seguiti alla finale dello show Rai. Poi, è tornata a casa, ha acceso il computer ed è caduta vittima di una magia che dura e perdura da vent’anni.
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Riccardo Cocciante: «Il Natale che ci unisce»Elhaida Dani, che Cocciante, poi, ha voluto come sua Esmeralda, si è innamorata di Notre-Dame de Paris. In punta di piedi, si è unita alla produzione. Prima in Francia, poi in Italia, dove il 13 settembre, da Pesaro, debutterà insieme al resto del cast con la nuova tournée del musical. «Quello fatto con Elhaida è stato un lungo lavoro», ha ammesso Riccardo Cocciante, compositore delle musiche che permeano lo spettacolo, «Per trovare, in sé, la propria Esmeralda, non si è limitata ad un lavoro vocale. Ha lavorato sul proprio spirito, sul proprio fisico. Ed è stato incredibile».
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Elhaida Dani: «Sanremo può attendere»Eppure, reggere il confronto con Lola Ponce non deve essere stato semplice…
«Lola ha un fascino magnetico, ma non cerco cloni. Ai ragazzi, chiediamo di essere se stessi, di non mentire su ciò che sentono. Non troppo, almeno. Devono mantenere intatta la propria unicità per poter essere credibili ed Elhaida ce l’ha fatta».
Capita, allora, che da un talent show escano talenti veri.
«Capita, sì. Ma Elhaida ha studiato. Non ero certo di vederla vincere, quando l’ho scelta a The Voice. Mi ripetevo che era albanese, probabilmente avrebbe faticato. Invece, ha incantato chiunque abbia incrociato il suo cammino. Credo sia stata una forma di rivalsa per lei, un po’ come credo sia stato per Mamhood vincere l’ultimo Sanremo».
Lo rifarebbe The Voice?
«No. Io non amo entrare a far parte di sistemi complessi. Ho ceduto, in passato, ma ogni volta mi sono ripetuto che sarebbe stata l’ultima. Ogni volta, sono scappato. È capitato con Sanremo, quando, dopo la mia vittoria, decisi che non vi avrei più partecipato come concorrente, ed è capitato con The Voice. Ho sofferto troppo a fare quel che ho fatto».
Cos’ha fatto?
«Sono entrato a far parte di un ingranaggio, che ha maciullato i sogni di tanti, troppi ragazzi. Ogni eliminazione mi ha provocato un gran dolore. Ho pianto, a volte. Capitava che ci fossero ragazzi bravi, bravissimi. Ma il gioco imponeva di eliminarli. E così ho fatto, consapevole che non ci sarebbe stata speranza per loro, né possibilità di tornare. La vita è crudele, ma non lo è tanto».
Oggi, però, si ha l’illusione che pubblicare hit a ritmi forsennati sia quasi facile, dovuto.
«È sempre stato così, oggi, la musica ha solo esasperato questo suo funzionamento. Ma il bisogno di un consumo veloce, anche in passato, ha annichilito tantissimi artisti».
Si spieghi.
«Nella vita di un cantante, penso che gli album sentiti siano due, forse tre. I primi. Poi, arrivano le case discografiche, con un bell’anticipo e la richiesta di un successo. “Serve”, dicono. Così, ci si trova preda di un meccanismo coatto, dal quale si esce spesso a pezzi. Sono, però, speranzoso. Credo che, dal fango, si possa levare sempre una verità, un talento in grado di emergere e di rompere con il sistema».
Quale?
«Prenda quella ragazza corpulenta, Adele. Non è bella, ma canta. Canta così bene che è riuscita a rompere la dittatura delle piccole popstar, tutte minigonne, bacetti e balletti. Adele canta, e non ha bisogno d’altro per avere successo».
Successo che, nonostante i vent’anni di palcoscenici, Notre-Dame non smette di avere. Dopo aver attraversato 23 Paesi, essere stato adattato in 9 lingue e aver messo in scena oltre 5000 repliche, cos’ha ancora da raccontare?
«Vicotr Hugo ha scritto Notre-Dame de Paris nel 1831. Era una storia d’amore e di passione, ambientata al tempo delle cattedrali. Eppure, i problemi di cui raccontava allora sono i problemi di cui ci raccontiamo noi oggi. È una storia profondamente attuale, quella di Notre-Dame».
E, oggi, nell’era dei miranti e dei porti chiusi, si porta appresso un messaggio sociale potentissimo.
«L’immigrazione ha sempre comportato delle difficoltà. Lo racconta la storia del mondo. Notre-Dame è il racconto della diversità, di una diversità che confina ai margini della società chi la possieda: Quasimodo, perché è deforme, Frollo, perché ama quando non dovrebbe, Esmeralda, perché zingara. La diversità spaventa e l’inserimento di un popolo in un altro porta con sé difficoltà enormi».
Qual è la soluzione?
«Credo che il problema non finirà mai, sono corsi e ricorsi. Ma l’Italia è un Paese fondato sulla diversità. È sufficiente andare in Sicilia per capirlo, guardare in faccia gli abitanti di quella regione e scovare sui loro volti le tracce dei normanni. La diversità è ricchezza, nonostante il contatto e la coabitazione siano difficili».
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Notre Dame, anche il cinema ne sentirà la mancanzaNotre-Dame, oggi, rievoca anche la tragedia che, ad aprile, ha portato al rogo della cattedrale parigina. All’epoca, disse che avreste contribuito a ricostruirla. Sarà così?
«Malgrado la tragedia, le religioni e le razze diverse, Notre-Dame ha saputo suscitare una reazione estremamente positiva, di unione e reciproco supporto. Avremmo potuto approfittarne, ma vista la cooperazione che è sorta spontanea non ci sembrava fosse il caso. Abbiamo lasciato che ad occuparsi della raccolta fondi fossero le autorità».
Notre-Dame è anche Disney. Ha mai temuto il confronto con un tale colosso?
«Quando abbiamo cominciato a lavorarci, abbiamo pensato di fermare tutto. “Non siamo niente di fronte a loro”, ci siamo detti. Ma la verità è che la nostra opera non ha niente a che spartire con quella Disney. Allora, quando l’abbiamo scritta, il genere non era nemmeno in voga. Facemmo il giro di Parigi, senza trovare alcun produttore. Però, quando si lavora ad un prodotto senza influenze esterne né interessi, solo con passione, magicamente, questo funziona».
Cosa le riserva il futuro?
«Ci sarà un nuovo album e una nuova opera, in cinese».
Quale?
«La Turandot di Puccini. Sono appena iniziate le audizioni per cercare i cantanti e le cantanti. Sarà una riscrittura vera e propria, in equilibrio tra modernismo e passato».
