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Июнь
2019

Ecco com’è il giorno in cui, dopo tanti anni, lasci la tua scrivania

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Il giorno in cui lasci la scrivania lo inizi in anticipo. Perché la notte prima non hai dormito.

Arrivi in ufficio con uno zaino più grosso, magari con uno scatolone, perché sai che ha senso andartene solo con qualcosa in più sulle spalle. E dai il buongiorno a tutti fingendo che non sia l’ultima volta che lo fai in qualità di quella cosa lì: uno che ha la sua scrivania. 

La mattinata la passi a lavorare, tanto che ti pare di non dovertene andare mai, da quel posto lì. Ti inoltri sull’indirizzo personale le mail aziendali cui tieni di più. Tra le 39mila, escluse quelle indesiderate e provenienti da mittenti sconosciuti, ne ho rilette due. L’ultima, che riguardava la turnazione dei weekend estivi. E la prima, che riguardava due proposte inviate al capo di allora. «Salve, sono Francesco (lo stagista)». Persino banali codici di pochi bite diventano ricordi, con il passare degli anni. 

Poi, a ora di pranzo, capisci che è arrivato il momento di alzarti dalla scrivania. E di svuotarla. Alcuni oggetti dimenticati ti ricordano un pezzo della tua strada. Altri li riscopri senza neanche sapere come si trovino lì dentro. Dai miei tre cassetti, per esempio, ho tirato fuori tra le altre cose 7 buste paga, un anello comprato a Zanzibar, 2 euro e 40 in monete da 5 e 10 centesimi, due pacchi di fazzoletti, una trottola di quelle usate in Inception, un accendino Zippo, due chiavette per il distributore automatico, tre libri mai letti, una tazza mai usata, un portabiglietti da visita mai mostrato, quattro bustine di Oki chiuse, un dentifricio aperto, una bottiglia di gin sigillata e una palla da tennis che non rimbalzava più. 

È buffo, e patetico come lo è ogni creazione di un ricordo, ma il giorno in cui lasci la scrivania osservi il tuo luogo di lavoro con una precisione che non gli hai mai riservato. La moquette blu, le luci al neon, il bocchettone dell’aria condizionata, gli stipiti delle porte, la tua scrivania bianca, assumono per la prima volta il valore di un ricordo. Ti metti persino a fotografarle, come un fesso.

E una volta che hai il cellulare pieno di flashback, attorno al primo pomeriggio, ti fai coraggio e inizi il giro dei saluti. Ogni abbraccio ha una qualche forma di dolce ipocrisia. Insisti che «almeno una volta a settimana sarò qui», ma lo fai più per farti coraggio. E ripeti che no, «in fondo adesso ci vedremo più di prima». Perché quasi sempre è quando si smette di essere colleghi, che ci si dà la possibilità di diventare amici. 

Saluti quelli con cui hai discusso, sorriso, litigato, esultato. Abbracci quelli che hai emulato, ignorato, invidiato, stimato. Quelli assieme ai quali ti sei sentito vivo, attorno a quella scrivania. E quasi sempre, rimani sorpreso dalle loro parole. Perché nel momento del commiato ricordiamo le cose buone. E spesso, le diciamo. «Tante cose belle» non è solo un saluto. È il riassunto del saluto stesso, il giorno in cui lasci la scrivania.  

Alla fine di quel giorno scendi le scale e stringi la mano al portiere del palazzo in cui lavori, quello con cui hai chiacchierato di sport, di politica e di meteo. Cinque minuti alla volta, per anni. «Almeno una volta a settimana sarò qui». Coraggio. 

Con lo zaino più pesante di quello con cui ti sei presentato la mattina, varchi il portone e ripercorri il tragitto che ti ha riportato a casa. Sempre quello là. Poi, una volta che ti chiudi alle spalle la porta di casa, posi lo zaino e ti stravacchi sul divano. Ti è rimasta l’ultima cosa che hai da fare, il giorno in cui lasci la scrivania: piangere. 

Il giorno prima e quello dopo sono quelli delle ansie, dei desideri, degli incubi e dei sogni che quel distacco ti porterà. Ma il giorno in cui lasci la scrivania, dopo circa 3 mila giorni, 39 mila mail, una manciata di oggetti e decine di saluti, posso con certezza empirica affermare che è solo quello dei ricordi. 

E di una scoperta, contenuta nella seconda parte di una frase di Joseph Conrad: «Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi».

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