Il brodo di coltura
PER due giorni di seguito, un manipolo di ragazzi dei centri sociali ha impedito con la forza al politologo Angelo Panebianco di fare lezione all’Università. Non ne condividono le idee, perciò gli impongono il silenzio. E ci riescono, quasi sempre impuniti. Accade a Bologna, la città dove il giuslavorista Marco Biagi fu ucciso per aver sostenuto tesi sgradite. Non stupisce la stupidità, non stupisce la violenza. Stupisce la timidezza nel far rispettare la legge. A Bologna funziona così: la politica minimizza, l’Università tollera, parte dell’élite intellettuale simpatizza. Senza volerlo, certo, si rischia di creare un contesto simile a quel “brodo di coltura” a causa del quale negli anni Settanta il terrorismo poté diffondersi. Riferendosi ai tanti che allora occhieggiavano alle Br, nel ’77 un giornalista coraggioso scrisse: «L’estremismo verbale che idealizza e copre la violenza, le falsificazioni su un’Italia poliziesca, la filosofia dell’anti-Stato suggeriti da anarchismo libertario o da utopie rivoluzionarie, rappresentano una minaccia per la convivenza civile e un’oggettiva complicità con il terrorismo». Si chiamava Carlo Casalegno, pochi mesi dopo fu ucciso.
