Il Duce e Carnera, Prodi e Pantani. Lo sport fabbrica di consenso
TANTO rumore per nulla attorno al viaggio newyorchese di Renzi. Ovunque presidenti di ogni colore politico e teste coronate di qualsiasi età affollano le principali manifestazioni sportive. E non da ieri. In Italia il connubio tra politica e sport ha una tradizione longeva se si considera che ancora in età liberale, nel 1911, l’azzurro della maglia della nazionale di calcio fu scelto in onore del colore dinastico (il ‘blu Savoia’) della casa regnante.
Il ventennio fascista alimentò quell’utilizzo di grandi eventi sportivi a fini propagandistici assai caro alle dittature in ogni angolo del mondo, celebrando enfaticamente i successi della nazionale di Vittorio Pozzo e le imprese di Primo Carnera sia per esaltare la cura del corpo e la pratica sportiva, che per sbandierare la prestanza dell’homo novus fascista.
IL RITORNO alla democrazia ci riconsegnò un’Italia non meno incline a incarnarsi in miti sportivi, a partire dal dualismo politico-ciclistico tra Coppi e Bartali, condito dalla mitica vittoria di Ginettaccio al Tour de France del 1948, ‘commissionata’ telefonicamente da De Gasperi che – secondo la leggenda – avrebbe risparmiato al Paese la guerra civile all’indomani dell’attentato a Togliatti.
Ma è soprattutto dagli anni Ottanta – in un contesto di crescente disaffezione nei confronti dei partiti – che la politica si avvicina allo sport più popolare tra gli italiani. Un sodalizio che nasce la sera dell’11 luglio 1982 sulla tribuna del Bernabeu, con l’esultanza liberatoria di Sandro Pertini a salutare il terzo gol di Altobelli alla Germania, e cementato l’indomani dalla partita a scopone sul DC9 presidenziale in compagnia di Zoff, Causio e Bearzot. Mentre il tricolore veniva sdoganato politicamente nelle strade italiane dall’euforia dei festeggiamenti, Pertini anticipava un nuovo stile politico, affermatosi definitivamente durante la Seconda Repubblica. Che emblematicamente prende le mosse nel 1994, anno in cui la «discesa in campo» e la vittoria elettorale di Berlusconi e Forza Italia si sovrappongono all’avventura degli azzurri di Sacchi ai mondiali americani.
Narrazione politica e sportiva paiono sovrapporsi in questo primo scorcio di Seconda Repubblica, mentre nuove coppie politico-sportive succedono al tandem fondativo, con alterne fortune: dai festeggiamenti di Prodi a Pantani in quel di Cesenatico all’indomani dello storico bis Giro-Tour del 1998 all’intesa partenopea tra Napolitano e capitan Cannavaro nel 2006, passando dal divorzio tra Berlusconi e Zoff dopo le ingenerose critiche del premier a Euro 2000, sino al più recente idillio viola tra Renzi e Prandelli. Questa progressiva simbiosi si spiega anzitutto con il crescente ruolo simbolico e di identificazione nazionale ricoperto dai protagonisti sportivi in un contesto di generalizzata scomparsa dei tradizionali simboli della sovranità nazionale – dalle compagnie di bandiera alla moneta – sotto la spinta della globalizzazione.
IN SECONDO luogo le classi politiche trovano nello sport una sempre più preziosa risorsa di consenso in un contesto caratterizzato da una crescente presa di distanza delle opinioni pubbliche nazionali. Questo ruolo di ‘supplenza’ si rileva con particolare intensità in un contesto come quello italiano dove il leader politico, per ragioni istituzionali, non dispone della legittimazione che altrove proviene dall’elezione diretta dei cittadini, ma necessita di una ri-legittimazione in termini di popolarità personale.
Se i critici presentano lo sport come una potente arma politica di distrazione di massa, Renzi sugli spalti della finale degli Us Open non ne è certo l’inventore, ma piuttosto l’utilizzatore finale.
