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Январь
2017

Quel piano di De Benedetti per mettere le mani su Mps

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«Caro Fabrizio, ti allego un draft di proposta finanziaria che Nomura metterebbe in piedi per alcuni investitori italiani raccolti in una newco. Ho ricevuto una risposta interessante da Manes e Carlo De Benedetti. Nel caso Cdb, ci si domandava se il suo eventuale investimento potesse avere riflessi negativi sui crediti della banca a Cir/Sorgenia/Espresso». La mail è stata inviata alle 15.39 del 2 febbraio 2012 e spunta dai faldoni dell'inchiesta Antonveneta. Il mittente è Ruggero Magnoni, ex vicepresidente di Lehman Brothers Europe e al tempo numero uno degli affari in Italia di Nomura, la stessa banca giapponese con cui Mps aveva sottoscritto i famosi derivati Alexandria. Il destinatario è Fabrizio Viola, arrivato da poche settimane a Rocca Salimbeni come direttore generale al posto di Antonio Vigni con Giuseppe Mussari ancora presidente (lo scandalo Antonveneta deflagrerà un anno dopo).Nella missiva si fa riferimento a Manes, Vincenzo, di cui Magnoni è socio nella finanziaria quotata Intek. Ma a saltare all'occhio è il nome dell'Ingegnere. Che si offre di rilevare una quota del Monte attraverso la controllata M&C con altri compagni di viaggio e la spinta del «sensale» Magnoni. La proposta messa sul piatto di Viola è la seguente: l'acquisto del 5% del Monte (da abbassare al 3%, se non fosse stato trovato un terzo investitore al fianco di De Benedetti e Manes), con un investimento di 187 milioni, 80 sborsati dagli azionisti e 107 prestati da Nomura. Il problema è che Cdb diventerebbe azionista di una banca di cui è anche debitore con le altre società della sua galassia, in particolare con Sorgenia.A spingere De Benedetti sulla Rocca è Ruggero Magnoni, fratello minore di Giorgio. Entrambi assai noti alle cronache finanziarie. Ruggero aveva conquistato la stima dell'Ingegnere che negli anni Novanta gli fece seguire il dossier sui telefonini Omnitel. Ma i Magnoni vengono associati soprattutto alla cosiddetta razza padana: furono il terzo fratello Aldo e Giorgio a fine anni '90 il fondo Oak con base alle Cayman che partecipò alla scalata a Telecom guidata da Roberto Colaninno e benedetta da Massimo D'Alema. La musica cambia quando la holding dei due fratelli, la Sopaf, finisce sull'orlo del fallimento. A far barcollare la finanziaria già minata da una serie di operazioni immobiliari poco redditizie, è stato soprattutto l'investimento in Banca Network messa in liquidazione a luglio 2012 senza neppure i soldi per rimborsare i correntisti dopo il fallimento della ristrutturazione di un debito di oltre 100 milioni con le banche (tra cui Mps).Quando viene mandata la mail a Viola, si sta giocando appunto il salvataggio della Sopaf, già esposta con le banche per 25 milioni, e i Magnoni vorrebbero che Mps partecipasse a un aumento di capitale con almeno 100 milioni. Per incoraggiare l'investimento, viene quindi offerta un soluzione ai problemi del Monte: in quel periodo la Fondazione possiede il 51% dell'istituto ma si è indebitata per sottoscrivere la sua parte di aumento di capitale necessario a finanziare l'acquisto di Antonveneta del 2007 e le banche creditrici vogliono che l'ente venda il 15 per cento. Il tandem Magnoni-Cdb si candida a togliere una parte delle castagne dal fuoco. Del resto, nel 2007 Mps aveva comprato per 33 milioni l'1,2% di Sorgenia valutando la società 2,7 miliardi rispetto al miliardo e mezzo stimato dagli analisti. I rapporti fra l'Ingegnere e la banca di Mussari erano dunque buoni. Ma De Benedetti non entrerà mai nell'olimpo dei grandi soci di Siena. Perché nelle settimane successive all'invio della mail, il valore del titolo Mps comincia a salire fino a superare i 40 centesimi - troppi, rispetto ai 29 offerti dal piano di Nomura - grazie agli acquisti della Menarini che conquisterà il 4% della banca diventando il secondo azionista. E De Benedetti molla il colpo. Qualche anno dopo sarà il Monte - primo creditore del gruppo per circa 600 milioni - a diventare socio di Sorgenia, trasformando in azione parte dei crediti.Come viene confermato anche nella nota diffusa ieri dalla società elettrica per precisare di aver già restituito alle banche «circa 100 milioni, ai quali si aggiunge una disponibilità di cassa per più di 300 milioni».





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