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Январь
2017

Isis muove guerra a Erdogan: anche la Turchia è un nemico

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Ci sono almeno due elementi interessanti nel comunicato con cui lo Stato islamico (Isis) ha rivendicato quest’oggi l’attentato al Reina di Istanbul, in cui 39 persone, tra le quali 27 stranieri, sono morti, nell’ennesimo fatto di sangue perpetrato sul Bosforo, dove molti sono i gruppi terroristici che hanno interesse a colpire.Il primo è il chiaro riferimento che nel testo della rivendicazione si fa alla guerra in Siria, la minaccia di far pagare alla Turchia “il sangue dei musulmani versato per i bombardamenti dei suoi caccia”, trasformandolo in “fuoco nella sua casa”. Un’accusa di tradimento, rivolta ad Ankara, percepita dai jihadisti come traditrice e “apostata”, per citare ancora il testo, per le scelte che hanno portato Erdogan prima ad unirsi alla coalizione occidentale, offrendo le sue basi per bombardare in Siria, e poi ad affiancarsi al fronte pro-Assad, entrando in campo direttamente e secondo una parte dell'opinione pubblica, non solo turca, "abbandonando" Aleppo.Un elemento che va valutato insieme a un secondo, più banale, ma altrettanto rilevante: la rivendicazione stessa. Questa volta l’Isis ha parlato, ha ammesso di avere colpito in territorio turco. Una scelta con cui i jihadisti sono usciti allo scoperto chiarendo, se ancora era necessario, quanto la propaganda del gruppo jihadista ha da tempo iniziato a dire: da che i turchi sono entrati in Siria, per contrastare le milizie curde nel nord del Paese e per respingere i jihadisti, da che - nel 2015 - Ankara ha iniziato a contrastare i network presenti sul proprio territorio, l’ascia di guerra è stata dissotterrata e anche Erdogan è passato nella schiera dei nemici, per i quali è stata spesso accusata di chiudere un occhio, lasciando troppa permeabilità ai propri confini con la Siria e finanziando anche alcune sigle molto poco moderate.L’attacco al Reina non è la strage peggiore a cui la Turchia abbia dovuto assistere negli ultimi due anni per mano dell’Isis. Basti pensare all’attacco a un corteo pacifista ad Ankara, nell’ottobre 2015, con più di cento morti. O a Suruc, nel luglio dello stesso anno, con oltre trenta vittime. Due attentati con un comune denominatore: i curdi come obiettivo, a cui se ne devono aggiungere altri, meno drammatici in termini puramente numerici, ma messi a segno in luoghi altamente simbolici, da piazza Sultanhamet a Beyoglu, due tra le zone più note e affollate di Istanbul.Anche l’attacco all’aeroporto internazionale Ataturk, ancora a Istanbul, fu con tutta probabilità opera dell’Isis. Ma come per Ankara, Suruc, come per tutti gli attentati fino a oggi - se si esclude un’autobomba piazzata a Diyarbakir, città a maggioranza curda, e poi rivendicata anche dagli indipendentisti del Tak - mai era arrivata una chiara assunzione di responsabilità da parte dei jihadisti, tanto che spesso si era detto che per l’Isis è “prassi” non rivendicare gli attentati in Turchia.Fino a oggi. Oggi la propaganda del sedicente Stato islamico si è fatta più chiara e perentoria nel chiedere di colpire anche la Turchia, abbandonando quella cautela che spesso il gruppo adotta nei Paesi a maggioranza sunnita. A novembre lo stesso autoproclamato Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, chiedeva ai militanti di mettere nel mirino anche Ankara, di colpire Erdogan e di colpire gli interessi turchi, tanto in Iraq quanto nel nord della Siria, dove l’attenzione è ora rivolta alla conquista della roccaforte jihadista di Al-Bab.E proprio dalla Siria è arrivato nella scorse settimane l’ennesimo orrore a firma del sedicente Stato islamico: un video in cui due uomini, identificati come soldati turchi, vengono dati alle fiamme, ancora vivi. Poco importa che il governo di Erdogan abbia detto di non poter verificare l’attendibilità del filmato: il messaggio è comunque chiarissimo. L’attacco a Istanbul rischia di essere solo il preludio a un altro anno di stragi per la Turchia.





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