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Ноябрь
2016

Vip in corsa sul carro di Renzi. Così rischia l'effetto Hillary

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Arriva il referendum ed ecco l'immancabile lenzuolata. Una cascata di 80 nomi altisonanti che si schierano per il Sì. Ottanta personalità tricolori che lanciano dalle loro cattedre un appello accorato agli italiani. L'elenco è a dir poco prestigiosissimo e comprende star come Roberto Bolle, ballerino di fama mondiale, Susanna Tamaro, scrittrice di grande successo, Zubin Metha, un monumento alla direzione d'orchestra, Paolo Sorrentino, premio Oscar e regista del recentissimo e visionario The Young Pope.Il problema non sono le primedonne, ma il coro che tutti insieme vanno a comporre. Non il testo, che pone tematiche ragionevoli e pure condivisibili, ma il contesto. Nel nostro Paese è visibile una lunga e a tratti sciagurata scia di petizioni, paginate, firme autorevoli che ha accompagnato votazioni di ogni tipo e campagne martellanti. Si comincia, e non si è mai finito, con il celeberrimo manifesto con cui negli anni Settanta l'intellighenzia al gran completo puntò il dito contro il commissario Luigi Calabresi, additato all'opinione pubblica come l'assassino dell'anarchico Giuseppe Pinelli. Di solito gli intellettuali dicono di stare scomodi nelle vicinanze del potere, ma poi si ritrovano sempre dalla parte giusta, sulla cresta dell'opinione più alla moda, sul divanetto più morbido nel salotto più à la page.Qui la storia è più contorta e trasversale. Non siamo ai tempi delle battaglie sul divorzio o l'aborto e nemmeno c'è da tributare la rituale standing ovation all'irresistibile ascesa della sinistra, come era costume solo qualche anno fa. Semmai ci sarebbe da puntellare l'incespicante Renzi che ha trasformato una questione alta e sottile in un plebiscito su di sé. Non è questo, per fortuna, il massaggio delle 80 eccellenze, da Stefano Accorsi a Pierfrancesco Favino e Isabella Ferrrari. Il parterre de roi sottolinea invece «lo stallo totale degli anni più recenti» e invoca il cambiamento per andare incontro al futuro. Una posizione rispettabile, come le parole scandite ieri da Massimo Bottura, forse lo chef più famoso d'Italia, ad Aldo Cazzullo del Corriere della sera: «Il punto non è Grillo o Renzi. È la logica per cui in Italia non si può fare. Se passa questa logica, è finita».Perfetto. E però questo rimbombare di ragionamenti e curricula stellati e stellari, sempre sospettabili di vicinanza al carro troppo ingombrante del potente di turno, finisce spesso con l'ottenere l'effetto opposto. Rassicura l'establishment, pure questa volta meno compatto, e sposta invece l'ago della bussola popolare, l'unico che davvero conti in queste occasioni.Dev'essere un effetto saturazione, un già sentito che risveglia antiche antipatie o diffidenze, riempie fossati che parevano svuotati. È successo nei giorni scorsi anche negli Usa dove Hillary Clinton ha avuto il gradimento di una grandinata di vip, premi Nobel, accademici progressisti di ogni disciplina, icone planetarie come Madonna e Lady Gaga, una leggenda vivente come Robert De Niro. Tutto inutile. Anzi controproducente, come certi endorsement troppo calorosi. Abbracci così stretti da soffocare.Da noi è tutto più confuso e mischiato, il paragone vale quello che vale e però i solisti - a proposito nel mucchio ci sono anche Andrea Bocelli e i gettonatissimi ragazzi del Volo - quando si mettono insieme non fanno squadra. Semmai intralciano la corsa del carro. Ma c'è anche chi rivendica la presunta superiorità morale se non antropologica di chi impugna la bandiera del Sì. Vecchia storia che torna nel tweet, criptico ma non troppo, di un dc di lungo corso come Pierluigi Castagnetti: «Ci sono rimasti male per Sorrentino, Bolle, Bocelli. Tranquilli: la Marini, la Zanicchi e Maria De Filippi votano No». Come pure molti fra quelli che leggeranno il predicozzo.





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