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Ноябрь
2016

Italiani senza voto da cinque anni. E non stiamo meglio

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Il 12 novembre del 2011, cinque anni fa, era un sabato proprio come ieri: dopo avere fatto approvare la legge finanziaria per il 2012, l'allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, salì al Colle per rassegnare le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che, nel frattempo, aveva già cooptato (si seppe solo dopo) Mario Monti per farlo sedere a Palazzo Chigi al posto del Cavaliere. Sappiamo tutti quanto furono difficili quei giorni sull'onda di uno «spread» impazzito: tutte le colpe ricaddero sul governo di centrodestra quando, invece, l'emergenza non era solo italiana, bensì europea e mondiale. Ora conosciamo le manovre di Borsa, un vero e proprio complotto, architettato contro Berlusconi e messo in piedi per far lievitare il differenziale tra i bund tedeschi e i titoli di Stato italiani, fino a raggiungere il tetto di 574 punti. Sappiamo che certe lobbies internazionali ebbero facile gioco nel mettere in un angolo il nostro esecutivo che cercava di allargare il cappio dell'euro: le vere responsabilità della situazione economica erano, invece, dell'Europa a cominciare, ovviamente, da frau Merkel, che non era stata in grado di affrontare per tempo il default della Grecia. Non dimentichiamo, poi, lo spettacolo vergognoso di quei manifestanti che festeggiarono, davanti ai palazzi romani, la fine del quarto governo Berlusconi, salvo, poi, ricredersi in fretta, quando fu chiaro che il professore in loden e l'esecutivo tecnico erano una medicina peggiore del male e che la loro sbandierata «missione di risanamento» metteva l'Italia in ginocchio.Tutti fatti già conosciuti, ma quello che, invece, mi chiedo è se, a distanza di cinque anni, l'emergenza planetaria sia davvero finita. Non è, come ha scritto Mino Giachino, sottosegretario ai Trasporti nell'ultimo governo Berlusconi, che si stava meglio quando si stava peggio? In effetti, ci consideravano, allora, come una specie di Titanic sul punto di affondare contro l'iceberg della crisi, ma, oggi, la situazione non solo non è migliorata ma, per certi versi, appare decisamente peggiorata. In questi anni, si sono succeduti ben tre governi non eletti (Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi) con l'avallo del Quirinale di Napolitano e dei poteri forti, ma i risultati sono comunque fallimentari.Qualche cifra: la disoccupazione è cresciuta, dal 2011, del 30% e quella giovanile, addirittura, del 40, mentre hanno chiuso i battenti qualcosa come 100mila aziende. Il debito pubblico è aumentato di 200 miliardi di euro a dispetto dell'occhio vigile di Bruxelles che avrebbe dovuto monitorare i nostri conti. Ancora: grandi gruppi, come la Fiat, hanno trasferito all'estero la sede legale o fiscale e altri sono finiti in mani straniere. La Pirelli e l'Italcementi sono state rilevate da capitali cinesi e tedeschi, per non parlare di molte maison della moda che sono passate ai francesi. Gli stranieri ancora credono nel «made in Italy», ma fino a quando? Ci sarà sempre meno attrazione per gli investimenti dall'estero se teniamo conto che il Pil italiano sta salendo, se davvero sale, con una crescita che è la metà della media europea, peraltro già molto bassa. Di questo passo, per recuperare i livelli del 2007, prima della Grande Crisi, bisognerà attendere fino al 2030, mentre la Germania, nonostante la cancelliera di ferro, sta già meglio rispetto a nove anni fa, quando la recessione non aveva ancora cominciato a mordere. La camicia di forza dell'euro è diventata, nel frattempo, una palla al piede per le nostre esportazioni e molti rimpiangono i tempi quando Bankitalia aveva ancora voce in capitolo. E che dire del problema immigrazione, un vero dramma quotidiano che, in questi anni, in Italia e nel Vecchio continente, è stato affrontato in modo assolutamente parziale e dilatorio?Se poi riflettiamo sulla crisi delle banche, che sta vanificando quel che resta dei risparmi degli italiani e non ci scordiamo l'alta pressione fiscale che ha contribuito a mettere una pietra tombale sulla classe media, non faccio troppa fatica a dare ragione a Giachino: si stava meglio quando si stava peggio.





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