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Июнь
2016

Nel mondo del rap islamico. Così reclutano i terroristi

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"Ho appena finito di registrare un nuovo brano", dice subito Alan, quasi a volersi giustificare per aver fatto tardi all’appuntamento. Siamo nella periferia di Roma, nei pressi di casoni popolari grigi e senza stile in una fredda notte primaverile. Cappello, pantaloni larghi e felpa di due misure più grande, con l’unico filo di voce che gli è rimasto dopo la registrazione, Alan mi informa dei suoi progetti musicali. E’ un giovane rapper di religione musulmana, da sei anni scrive canzoni che parlano della sua vita e della sua terra, e da quattro frequenta il sottobosco hip-hop della Capitale. Ha accettato di parlare senza microfoni né telecamere dell’universo della musica rap che ruota attorno al mondo islamico.Negli ultimi anni nel nostro Paese il movimento hip-hop arabo ha ingrossato le sue fila, raccogliendo da una parte i sentimenti di crescente disagio sociale tra le seconde generazioni di migranti e dall’altra l’emersione di un certo orgoglio identitario. Ma l’ha fatto chiudendosi a riccio. "In Italia - dice Alan mentre accende una sigaretta - la scena rap islamica tende a ghettizzarsi anche quando non ha nulla a che vedere con frange estremiste ma riguarda soltanto un’appartenenza culturale o religiosa". D’altronde rapper arabi non si vedono certo in festival musicali o meeting cittadini, e allora gli unici spazi in cui potersi esibire diventano quelli occupati abusivamente, quasi come se si facesse musica vietata. Il grido di ribellione in lingua araba prende piede nei garage, in pochi centri sociali e in strutture occupate delle maggiori città italiane. Soprattutto, si diffonde ai margini della società, dove Stato e forze dell’ordine si muovono spesso a fatica o non arrivano quasi mai. Ed è in questo habitat che il terreno diventa fertile per fanatici sostenitori dello Stato Islamico che, coperti dallo scudo della libera forma artistica, cercano (e fanno) nuovi proseliti cantando i loro inni per Allah.Per analizzare il fenomeno basta tornare al principio: era l’agosto del 2014 quando il mondo ha conosciuto Jihadi John, il tagliatore vestito di nero che sgozzò il giornalista americano James Foley. E’ lui che ha aperto la strada ad una drammatica epoca di uccisioni e stragi targate Isis. Prima di diventare tagliagole al servizio del califfato, John era un noto rapper di Londra. Simile passato musicale per Cherif Kouachi, l’attentatore della redazione di Charlie Hebdo a Parigi, che prima di quel gennaio 2015 si aggirava nell’underground parigino hip-hop. Di pochi giorni fa, invece, la notizia che Deso Dogg, una delle ultime figure di spicco della propaganda dello Stato islamico, è ancora in vita: è infatti apparso in numerosi video volti al reclutamento dei jihadisti tedeschi. Ecco da dove vengono i nuovi kamikaze. Esiste un filo teso che lega la passione per il canto “ritmato" e la jihad, un legame sempre più fitto che si fa strada ai margini della società. La tendenza che oggi sta prendendo piede in Europa, in questo contesto musicale, è un paradosso: giovani, dai costumi più occidentali che islamici, che mescolano la passione per le armi e per il denaro al malessere sociale e alla nuova “fede". Il mix anomalo è un sottoprodotto creato dalla cultura occidentale, che si sviluppa nelle periferie e nei quartieri degradati delle grandi città europee. E tra personalità borderline e aspiranti "gangsta rapper", il virus del califfato si addentra sfruttando un codice universale e diretto come quello musicale: testi in lingua araba, melodie note a tutti, ma soprattutto contenuti che bypassano ogni controllo percorrendo strade non battute dalla sicurezza internazionale. E se la minaccia del terrorismo arriva da lontano, le cause della radicalizzazione possono invece essere vicinissime a noi.L’Italia sembra essere un ottimo avamposto per la diffusione “musicale" dell’estremismo in nome di Allah. E’ proprio nelle nostre città che avviene il reclutamento e la prima formazione dei terroristi del domani. Nella Capitale, ad esempio, il mondo sotterraneo dell’Islam cantato sembra essere più florido che mai, ma il movimento sembra essere molto attivo anche a Napoli, dove la moschea di piazza Mercato a ridosso del centro storico accoglie migliaia di credenti. A rivelarlo è il giovane Alan: "Qui (a Roma ndr) di ragazzi che fanno brani del genere ne sono passati parecchi. Negli anni ho sentito testi che omaggiano Allah, che ricordano stragi, che inneggiano al trionfo dello Stato Islamico. Una volta inseriti nel circuito e dopo qualche concerto si diventa presto fratelli, solidali gli uni con gli altri. Molti sono partiti portandosi dietro ragazzi, altri nuovi arrivano". E in effetti nelle periferie romane tra murales e dediche d’amore non è raro imbattersi in scritte arabe e riferimenti al Dio islamico, come a marcare il territorio o per segnalare qualcosa. "Io e alcuni altri stiamo al nostro posto - continua il giovane rapper - ma cerchiamo di tenerci alla larga da quelli che arrivano da un momento all’altro e dopo qualche mese scompaiono. Anche per questo oggi tutto il movimento viene guardato con ancora più diffidenza di prima".Ma c’è anche chi, come Alan, crede in un "rap islamico" diverso, svuotato di contenuti radicali e tragici, che rimanda soltanto ad una condivisione di valori. Come gli Ekhtelaf, band di rifugiati afgani. Abib, Hussein e Haris sono arrivati in Italia dopo un viaggio via terra lungo sei mesi, attraversando Iran, Turchia e Grecia. La loro meta era la Danimarca, ma una volta a Copenaghen le regole ferree del regolamento di Dublino li hanno rispediti indietro, a Trieste. Più che un gruppo, si considerando un movimento che a ritmo di rap vuole costruire una nuova idea di Afghanistan: "Vogliamo raccontare ciò che accade realmente nel nostro Paese e denunciare le distorsioni dell'Islam e del concetto stesso di Jihad, un tempo simbolo di fratellanza. Jihad significa aiutare il prossimo e insieme costruire il paese". Forse allora è arrivato il momento di uscire allo scoperto, fuori dal ghetto, partendo dalle periferie, per combattere anche a suon di rime uno dei cancri del mondo moderno. D’altronde “il rap è per definizione una delle migliori forme artistiche di ribellione e speranza dei nostri giorni", è convinto Alan.





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