Il governo si gioca il bonus flessibilità Ma per investire deve convincere l’Ue
Nel «contratto» che l’Italia ha stipulato con la Ue per ottenere maggiore flessibilità c’è una postilla rischiosa che continua a non essere evidenziata al meglio: quella che prevede una flessibilità dello 0,25% per 4 miliardi di investimenti aggiuntivi. Queste spese di investimento devono riguardare progetti cofinanziati dall’Unione europea. Il problema è che con il governo e le Regioni impegnate in una frenetica rincorsa sulla spesa relativa al periodo di programmazione precedente, quello 2007-2013 (per il quale mancano ancora circa 9 miliardi da spendere) sul nuovo ciclo 2014-2020 siamo sostanzialmente a zero euro.L’Italia tenta di allargare il perimetro dei progetti ammessi inserendo per esempio le opere finanziate con il Fondo sviluppo coesione, una programmazione «parallela» e collegata a quella dei fondi Ue ma formalmente distinta (si tratta di un fondo interamente italiano). Inoltre prova a far passare il concetto che per questi 4 miliardi sia necessario considerare non solo la spesa effettiva, quindi la cassa, ma anche gli impegni vincolanti assunti ad esempio con l’aggiudicazione di un appalto. In sostanza una scappatoia per poter spendere fondi utilissimi sul fronte del rilancio delle infrastrutture e per il sostegno a una crescita asfittica.Il governo vuole convincere la Commissione su una serie di progetti e opere infrastrutturali tra cui il Brennero, la Torino-Lione, la Treviglio-Brescia, la Napoli-Bari, la Palermo-Messina, sperando appunto che passi lo sblocco della possibilità di spesa in cambio dell’assunzione di impegni vincolanti.Complessivamente se il governo per le varie voci - oltre quelle per investimenti - potrà avvantaggiarsi di un margine di 13,6 miliardi in più sul deficit 2016, dovrà però varare in ottobre una Legge di Stabilità che centri l’obiettivo di un deficit all’1,8% del Pil nel 2017 (in riduzione dello 0,6% dal 2016), blindando i suoi numeri senza aspettarsi ulteriori sconti o deroghe.Questo significa una correzione di bilancio nella prossima Finanziaria di circa 10 miliardi. Il mancato rispetto di questo impegno potrebbe comportare l’applicazione delle clausole di salvaguardia (aumenti automatici di entrate tributarie a garanzia dei conti pubblici, come ad esempio il passaggio dell’IVA dal 22 al 25%). Insomma un biglietto di sola andata verso la «stazione austerità» che tutti gli italiani sperano di non dover mai essere costretti ad acquistare.
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