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Февраль
2016

Obama si arrende e accetta la pax russa

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Più che una tregua è una resa. Non dei ribelli, ma di Barack Obama. Un Obama messo alle corde dal rivale Vladimir Putin prima sul terreno bellico e poi su quello negoziale. Un terreno negoziale dove un presidente premiato con il Nobel per la Pace si è ritrovato, paradossalmente, con le spalle al muro. Cosa contenga di preciso il progetto discusso giovedì sera dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e dal segretario di Stato Usa John Kerry non lo sa nessuno. L'unica cosa certa è che da qui ad una settimana gli aerei russi concentreranno i loro bombardamenti soltanto sulle zone controllate dallo Stato Islamico e dal gruppo qaidista di Jabat Al Nusra. Nelle altre zone Mosca e Washington concorderanno invece l'afflusso di aiuti umanitari destinati ai civili. In verità i dettagli della «pax russa» contano relativamente. Quel che conta è come Vladimir Putin e l'instancabile negoziatore Lavrov abbiano creato le condizioni per imporla, facendo terra bruciata intorno a Obama e Kerry e spingendoli ad accettare un'offerta rivelatasi impossibile da rifiutare per la mancanza di opzioni alternative. Dire no a Lavrov significava condannare al massacro i cosiddetti gruppi «moderati» appoggiati dalla Cia ritrovatisi, in seguito all'offensiva di Damasco e Mosca, completamente circondati, privi di rifornimenti e senza più canali di collegamento con la frontiera turca. Dopo cinque anni di guerra durante i quali ha sempre rifiutato qualsiasi soluzione negoziale che non prevedesse la rimozione del regime in carica Obama rischiava insomma di ritrovarsi privo di alleati sul terreno e costretto a convivere con il Califfato, o Al Qaida, da una parte e Bashar Assad dall'altra. Un Bashar Assad che proprio ieri ha promesso in un'intervista la riconquista, con il tempo, dell'intero Paese. In queste condizioni Kerry poteva soltanto piegarsi alle richieste di Lavrov evitando la cancellazione dal terreno dei cosiddetti ribelli moderati nella speranza che il negoziato, il tempo o avvenimenti imprevisti aprissero nuove possibilità. In questo difficile frangente l'unico successo conseguito da Kerry è stato anticipare alla prossima settimana una tregua destinata, nell'iniziale proposta russa, a scattare soltanto il primo marzo. Definita la cornice in cui è nato l'accordo bisogna ora capire se funzionerà. Dietro agli Stati Uniti masticano amaro l'Arabia Saudita, la Turchia e il Qatar. Per i sauditi la guerra a Bashar Assad resta un capitolo fondamentale nella contrapposizione alla potenza sciita dell'Iran.Per il Qatar che ha investito miliardi nel sostegno ai gruppi armati legati ai Fratelli Musulmani il conflitto era fondamentale per affermare la propria presenza sul «risiko» mediorientale. Lo sconfitto più infido resta però quel presidente turco Recep Tayyip Erdogan, spintosi a sostenere lo Stato Islamico pur d'indebolire Bashar Assad e riaffermare l'egemonia turca sul Medio Oriente. Una soluzione politica del conflitto lo metterebbe nella difficile condizione di dover spiegare al proprio elettorato perché la Turchia abbia investito in una guerra che non le garantisce alcun vantaggio concreto e la mette, invece, nella condizione di dover ospitare ed assistere oltre due milioni e mezzo di profughi siriani. Il malcelato risentimento di questi attori, come l'assoluta mancanza di discussione negoziale, contribuiscono ovviamente a rendere incerta la prima vera tregua raggiunta in cinque anni di guerra. Il timore più diffuso tra i 20 Paesi del «Gruppo internazionale di sostegno» che a Monaco hanno fatto da cornice all'incontro Lavrov-Kerry è quello di una soluzione estemporanea accettata per prender tempo dalle parti in difficoltà. Una soluzione destinata a svaporare non appena Arabia Saudita, Qatar e Turchia troveranno un modo per tornare all'offensiva. Ma sarà una controffensiva difficile da lanciare se Mosca e Damasco continueranno, nella prossima settimana, a tagliare le vie di rifornimento dei ribelli rendendoli ininfluenti non solo sul piano militare, ma anche su quello negoziale. Perché - come insegnava il vietnamita Ho chi Minh - «è impossibile ottenere al tavolo delle trattative quello che non si è conseguito sul campo di battaglia».





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