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Torno da Cuba con un carico di emozioni: gli Usa stanno spegnendo quel popolo. Non stiamo a guardare!

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di Marilena Grassadonia*

La stretta degli ultimi mesi da parte degli Stati Uniti è un cappio al collo del popolo cubano che si stringe piano piano. È per questo che è partita una grande mobilitazione a livello internazionale dal nome Let Cuba Breathe che ha come obiettivo quello di portare aiuti concreti al popolo cubano e nello stesso tempo tenere alta l’attenzione sull’embargo criminale americano e denunciare le politiche repressive di Donald Trump. Come Sinistra Italiana abbiamo deciso di essere parte di questo progetto partecipando, con parlamentari e attivisti del nostro partito, già al primo convoglio umanitario Nostra America partito nello scorso mese di marzo.

La politica in cui credo è quella che tocca con mano le vite delle persone e frappone i corpi alle storture del mondo. È per questo che ho deciso di partire con il secondo convoglio, organizzato per portare medicinali e aiuti umanitari al popolo cubano e per partecipare alla grande manifestazione dell’1 maggio a L’Havana.

Il viaggio è stata anche l’occasione per consegnare simbolicamente, a nome dell’intera comunità politica di Sinistra Italiana, i 30.000 euro fin qui raccolti grazie a tante donazioni e destinati ad un progetto specifico, comprare un nuovo generatore di corrente per l’ospedale di Contramaestre necessario per mantenere la struttura in funzione. L’ospedale è, infatti, un presidio sanitario necessario e prezioso per più di 150.000 persone che ancora oggi qui ricevono cure e assistenza sanitaria gratuita. Ridare energia all’ospedale significa salvare vite.

Dopo cinque giorni intensi vado via da Cuba con un forte carico di emozioni e con le parole di saluto del nostro amico cubano che mi tuonano ancora in testa “il nostro popolo è tranquillo perché sa che ci siete voi”. La forza della solidarietà è uno dei pilastri su cui si regge il Paese. Il modo in cui il popolo cubano affronta la vita è qualcosa di profondamente straordinario e nello stesso tempo difficile da comprendere fino in fondo. Esserci stata mi ha aiutata a leggerne sfumature e contraddizioni anche attraverso i racconti di chi abbiamo incontrato.

Conoscere meglio l’organizzazione sociale delle piccole città, che è anche esempio di resistenza e resilienza di un popolo, aiuta a capire un po’ di più cosa vuol dire per Cuba la parola rivoluzione. Il mito di Fidel insieme all’orgoglio di un popolo che da solo si è liberato e da solo continua a resistere.

Mi porto a casa le lacrime dignitose di un’insegnante mentre racconta di come l’uragano Melissa abbia distrutto la scuola della cittadina di Matias e di come, con fatica e abnegazione, riescano a tenere aperte tre aule dove ruotano su turni più di 250 bambine e bambini. Lo sguardo disarmato del professore di geografia che mi racconta a bassa voce e con incredibile dolcezza che insegnare ai bambini il mondo è anche un modo per aiutarli a continuare a sognare. Senza educazione non c’è rivoluzione possibile… è la frase che campeggia all’interno del cortile della scuola.

A File, cittadina di 3 mila anime, la dottoressa del piccolo consultorio di montagna racconta che, costretta a razionare le poche medicine a disposizione, andare a casa di chi ha bisogno di cure trasforma la presenza fisica di una medica da cura a sollievo.

Cuba è anche la professionalità di medici e infermiere dell’ospedale di Contramaestre che si organizzano su turni massacranti per mandare avanti un presidio che riesca a garantire il più possibile un servizio efficiente e dignitoso, condizionato dall’energia elettrica che va via e da un generatore di corrente del 1991 che, unico ancora funzionante dell’ospedale, riesce a reggere grazie ai pezzi di ricambio recuperati da vecchi generatori dismessi.

L’embargo degli Stati Uniti sta schiacciando un popolo, lo sta spegnendo piano piano. La mancanza di petrolio ed elettricità rende al limite dell’impossibile operazioni chirurgiche e servizi di prima necessità. La provincia di Santiago racconta una Cuba che cammina grazie a cavalli che trainano carretti e a mezzi di locomozione improvvisati che si muovono con la sola forza delle gambe. Bambine e bambini che giocano scalzi per strada con pietre e palloni sgonfi e che ogni mattina vanno a scuola vestiti di tutto punto, perché la scuola è conoscenza e dignità. Cani che mangiano tra la spazzatura e mucche magrissime che pascolano tra campi sterminati.

L’immagine de L’Havana è invece quella di una grande città che, aggrappata ai ricordi di un passato rigoglioso, oggi sopravvive con le poche risorse che le restano. Ho attraversato le strade del corteo del “Primero de Mayo” immergendomi fisicamente nell’anima e nel racconto di un popolo che con orgoglio continua a rivendicare la sua storia e la sua indipendenza, ballando e sorridendo.

Cuba continua a reinventarsi ogni giorno, con energie alternative e soluzioni innovative ma non riesce da sola a produrre le risorse necessarie. È per questo che il “bloqueo” è da parte degli Usa una dichiarazione di guerra lenta e inesorabile ai danni di un popolo e della sua storia. Non possiamo stare a guardare.

In questi ultimi tempi ci siamo appellati alla comunità internazionale più e più volte e anche questa volta non possiamo non farlo. Da parte nostra continueremo a spingere i governi ad assumersi le responsabilità necessarie ma soprattutto continueremo a praticare solidarietà nell’unico modo che conosciamo. Portando i nostri corpi nei luoghi schiacciati da conflitti e repressioni perché la politica non è solo seguire un’ideale ma è anche stare lì dove bisogna stare.

* Segreteria nazionale Sinistra Italiana, responsabile Diritti e Libertà

L'articolo Torno da Cuba con un carico di emozioni: gli Usa stanno spegnendo quel popolo. Non stiamo a guardare! proviene da Il Fatto Quotidiano.






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