SIGNORI DEL CALCIO – Milton, il “Paradiso Perduto” del Sinigaglia: quando il Como parlava brasiliano
C’è stato un tempo in cui il Lago di Como non era solo meta di attori hollywoodiani, ma il palcoscenico dove danzavano i piedi buoni della Seleção. Era l’estate del 1988 e il presidente Benito Gattei, con la complicità dello storico DS Sandro Vitali, decise di guardare al Sudamerica per infiammare il Sinigaglia. L’obiettivo era ambizioso: una doppia operazione con il Brasile olimpico per portare in riva al Lario il difensore André Cruz e, soprattutto, il faro del centrocampo del Coritiba, MILTON Luiz de Souza Filho.
L’affare Cruz sfumò per un soffio (il centrale arriverà in Italia solo anni dopo, e giocherà anche a Napoli), ma Milton sbarcò regolarmente in Italia, fresco di una medaglia d’argento ai Giochi di Seul conquistata da titolare. Capello corvino, baffetto d’ordinanza e il numero 10 sulle spalle: Milton non era la classica “meteora” da dimenticare, ma un calciatore di un’eleganza rara.
Un caracollare da incanto
Chi sedeva in tribuna in quegli anni ricorda ancora il suo “passo felpato”. Milton non correva, galleggiava sul campo. Era una mezz’ala dalla visione di gioco periferica, capace di sventagliate millimetriche e di un dribbling secco che incantò persino l’Avvocato Agnelli. Si dice che la Juventus lo avesse monitorato a lungo, estasiata da quella capacità di trasformare un’azione difensiva in un corridoio verticale per i compagni.
L’emblema della sua classe resta il gol siglato a Pescara: un’azione corale in cui il brasiliano scambiò palla, intuì uno spazio invisibile ai comuni mortali e, dopo una cavalcata solitaria, saltò il portiere depositando in rete. Era il manifesto di un calcio che a Como sembrava poter sognare in grande, nonostante l’eredità pesante di dover sostituire un talento come Claudio Borghi.
Il declino e il doppio baratro
Eppure, la bellezza estetica di Milton non bastò a salvare un Como che stava lentamente perdendo i suoi petali. Nonostante la presenza di giovani promesse come Marco Simone e l’esperienza di Corneliusson, la stagione 1988/89 si chiuse con una dolorosa retrocessione in Serie B.
Molti si aspettavano che Milton volasse verso lidi più prestigiosi, ma il brasiliano rimase, diventando il perno del centrocampo affidato prima a Galeone e poi a Vitali. Fu un’illusione. Quel Como, pur costruito per risalire immediatamente, si smarrì in un campionato cadetto spietato. Tra carenze offensive e una fragilità difensiva cronica, i lariani scivolarono incredibilmente verso la Serie C1. Milton regalò ancora perle, come la splendida rete contro il Licata, ma il destino era segnato.
Dopo il dramma sportivo della seconda retrocessione consecutiva, il calcio italiano si dimenticò troppo in fretta di lui. Milton scelse la Svizzera, diventando una bandiera del Chiasso e chiudendo una carriera che avrebbe meritato ben altri palcoscenici.
Oggi, mentre il Como si appresta a sfidare il Napoli in una dimensione di ritrovata grandezza, il ricordo di quel brasiliano dal tocco vellutato resta lì, tra le nebbie del Sinigaglia, a testimoniare un calcio che sapeva essere poetico anche nel momento della caduta.
Milton rimane il simbolo di un’epoca in cui anche le “piccole” potevano pescare talenti puri dal Brasile. La sua storia è un monito: la tecnica individuale, per quanto eccelsa, non può nulla se non inserita in un ingranaggio societario e tecnico solido. Resta però il piacere estetico di aver visto un vice-campione olimpico onorare la maglia lariana con la dignità dei grandi.
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