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“Dolore per la morte di Giacomo Bongiorni e frustrazione perché è a rischio un lavoro di integrazione lungo anni”

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A Massa vivono circa 1500 cittadini di origine romena. Se si allarga lo sguardo alla provincia, sono oltre 4mila. Si tratta della comunità straniera più numerosa. Quando è arrivata la notizia della morte di Giacomo Bongiorni, domenica mattina, molti di loro si trovavano in piazza a festeggiare la Pasqua ortodossa. Con il passare dei minuti, le ricostruzioni si diffondevano e i volti delle persone cambiavano espressione. Dalla gioia di una giornata di festa si è passati alla tristezza, alla rabbia, all’indignazione. Tra la folla, c’era anche Robert Deleanu. È nato a Costanza, il più importante porto romeno sul Mar Nero, a circa 220 chilometri dalla capitale Bucarest, ma vive a Massa da 25 anni. Nel 2023 è stato eletto in Consiglio comunale.

È il primo straniero a ricoprire questo incarico nella storia della città toscana. Mentre parla con ilFattoquotidiano.it ha la voce commossa. Si sente frustrato e incredulo. In primo luogo come cittadino di Massa, partecipe al dolore della famiglia Bongiorni. E poi come membro di rilievo della sua comunità. È preoccupato che il coinvolgimento di due giovani di nazionalità romena nell’omicidio del 47enne possa vanificare un lavoro di integrazione che porta avanti da anni. “Per ora è emersa la parte migliore della nostra città. Le persone hanno saputo distinguere con lucidità la responsabilità individuale dal valore di un’intera comunità, evitando di cadere in strumentalizzazioni politiche e generalizzazioni. Ma siamo in pensiero”, commenta.

Che cosa ha provato quando ha saputo dell’uccisione di Giacomo Bongiorni?
Eravamo riuniti per festeggiare la Pasqua ortodossa. Durante la giornata circolavano voci, anche contrastanti. Poi, quando abbiamo capito la gravità di quello che era successo e che anche due nostri connazionali potevano essere coinvolti, è finito tutto. La maggior parte delle persone è tornata a casa. Siamo rimasti a lungo a parlare tra di noi. Le reazioni erano di incredulità e, soprattutto, di frustrazione. Una frustrazione fortissima.

Perché frustrazione?
Perché abbiamo lavorato a lungo in questi anni, in silenzio, per favorire progetti di integrazione. E ci siamo riusciti, basta osservare i risultati raggiunti sul territorio. Per noi era motivo di orgoglio. E invece è arrivato questo fatto, come un fulmine a ciel sereno, che rischia di mettere tutto in discussione. È come se fossimo stati colpiti alle spalle, è un sentimento che brucia. Perché, se le responsabilità verranno confermate, non si tratta solo di aver violato la legge, ma di aver tradito la fiducia di un’intera comunità.

Che messaggio vuole dare oggi alla famiglia Bongiorni?
La nostra vicinanza è totale, sincera e commossa. Il dolore della famiglia Bongiorni oggi è il dolore di tutti noi. Non ci sono distinzioni.

E alla città?
Chiediamo di restare uniti. Voglio ringraziare i tanti cittadini massesi che in queste ore hanno saputo distinguere tra responsabilità individuali e valore di una comunità. Ho visto qualche commento negativo sui social, ma sono una minoranza. La maggior parte dei messaggi ricevuti è stata di solidarietà. Siamo lavoratori: medici, muratori, infermieri, imprenditori, badanti, informatici. Questa è la nostra realtà quotidiana. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa in questi anni, contribuendo alla vita della città, senza cadere in provocazioni. Molti di noi vivono qui da decenni, hanno costruito famiglie, spesso miste. I figli sono nati qui, parlano italiano, questa è casa loro.

Teme che questo episodio possa alimentare tensioni o generalizzazioni?
Sì, è una preoccupazione reale. Non solo a livello locale, ma anche nazionale. Sappiamo che ci possono essere strumentalizzazioni. Per questo chiediamo responsabilità a tutti: alla politica, ai media, a chi interviene nel dibattito pubblico. Forse sogno, ma credo che in giornate come queste la politica dovrebbe mettere da parte le bandiere. Se si interviene, lo si faccia con senso di responsabilità. Perché ogni parola pesa.

Come si evita che la rabbia che si respira in queste ore si trasformi in diffidenza?
Non è la prima volta che affrontiamo momenti difficili. Quando sono arrivato in Italia, 25 anni fa, la diffidenza c’era, ed era molta. Si supera continuando a fare quello che abbiamo sempre fatto: lavorare, costruire relazioni, organizzare momenti di incontro tra comunità. È un lavoro lento, quotidiano.

Ha paura che il processo di integrazione subisca uno stop?
Un passo indietro ci sarà, è inevitabile. La speranza è che sia piccolo e che si possa ripartire da dove eravamo arrivati. La mia elezione nel 2023 è il risultato di un percorso lungo, non è arrivata per caso. È la dimostrazione che l’integrazione può funzionare. Ed è un impegno che sento ancora più forte oggi.

Qual è la sua lettura di quanto accaduto? A Massa c’è un problema di violenza giovanile?
Non lo vedo come un problema della singola città. È un fenomeno più ampio, che riguarda la società nel suo complesso, non solo in Italia ma in molti Paesi europei. Episodi di violenza giovanile si vedono ovunque. Qui ci sono stati casi di bullismo o risse, ma non più che altrove.

Cosa si aspetta ora?
Massima fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine. È fondamentale che venga fatta piena luce sui fatti. Se le responsabilità saranno confermate, chi ha sbagliato deve pagare fino in fondo. Anche su questo non ci sono ambiguità. Per quanto ci riguarda, non arretreremo di un millimetro nel nostro impegno civile. Chiediamo a tutti di restare uniti contro la violenza, senza trasformare questa tragedia in divisione. Sarebbe il modo peggiore per mancare di rispetto alla memoria di Giacomo.

L'articolo “Dolore per la morte di Giacomo Bongiorni e frustrazione perché è a rischio un lavoro di integrazione lungo anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.






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