La priorità della nuova Figc è la riforma dei campionati: manca oltre un mese alla fine e mezza Serie A gioca senza obiettivi
Doveva essere la giornata che riapriva la lotta per lo scudetto: probabilmente l’ha chiusa in maniera definitiva, visto che la vittoria dell’Inter sul difficile campo del Como, combinata al passo falso del Napoli a Parma, riporta il vantaggio dei nerazzurri a nove punti, troppi per pensare di colmarli. Poteva essere anche la giornata buona per rimescolarein coda, risucchiare altre 3-4 squadre nella lotta salvezza che a quel punto sarebbe stata imprevedibile fino all’ultimo. Invece l’esito di Cagliari-Cremonese e la sconfitta del Lecce a Bologna, riduce il tutto ad uno scontro a due fra i salentini e i grigiorossi (e non è detto che non si arrivi allo spareggio). Manca oltre un mese al termine del campionato e mezza Serie A gioca senza obiettivi. Non è un’esagerazione. Scorriamo la classifica. L’Inter ormai è andata, attende l’aritmetica per il 21° scudetto. Napoli e Milan si contenderanno il secondo posto, magra consolazione, e nonostante la crisi dei rossoneri è difficile immaginare che la qualificazione in Champions possa essere messa in discussione. Finalmente incontriamo un po’ di pepe: Juventus, Como e Roma, tre squadre per il preziosissimo quarto posto, che vale l’Europa che conta e decine di milioni di euro. Questa però è praticamente l’ultima sfida da seguire con interesse.
L’Atalanta perdendo lo scontro diretto con i bianconeri è uscita dalla corsa Champions, e di fatto sarà concentrata solo sulla Coppa Italia: vincendo il trofeo si si guadagnerebbe l’Europa League, ma in caso di successo della Lazio il settimo posto in campionato non qualificherebbe nemmeno alla Conference. Poi c’è il solito blocco di 5-6 squadre troppo forti per retrocedere e troppo scarse per puntare alle coppe: Torino, Sassuolo, Udinese, Lazio, in questa stagione storta pure Bologna, giocano senza obiettivi, e non da ora. Aggiungiamoci pure Genoa e Parma, ormai il margine è rassicurante. Siamo arrivati in coda, dove appunto dopo gli ultimi risultati Cagliari e Fiorentina si sono tirate fuori dalla bagarre. Ma attenzione, pure Verona e Pisa in realtà non hanno motivazioni, visto che sono virtualmente retrocesse da febbraio. Alla fine, su 20 squadre sono soltanto 5 quelle che si giocano qualcosa di davvero importante in queste ultime sei partite (Juve, Roma e Como per la Champions, Lecce e Cremonese per la salvezza). Questa situazione non è sana, e sta diventando insostenibile visto che si ripete sistematicamente ogni anno. La competizione è il sale dello sport. Senza nemmeno richiamare le ombre del calcioscommesse, che prolifera in un contesto di disimpegno, un campionato poco competitivo non motiva le dirigenze a investire, non allena i giocatori, non diverte nemmeno gli spettatori.
Per questo il primo punto da cui dovrà partire la nuova gestione del calcio italiano, qualsiasi essa sia, è la riforma dei campionati. Una riforma che preveda innanzitutto il taglio delle società professionistiche, a tutti i livelli, e quindi una Serie A a 18 squadre, visto che 20 sono evidentemente troppe (e pazienza se ci sarà da rinunciare a qualche soldino dei diritti tv, ammesso che sia davvero così perché poi quantità non è sinonimo di qualità e nemmeno di redditività). Poi, in subordine, valutare anche delle forme alternative di play-off e play-out, salvaguardando lo spirito del campionato (lo scudetto dovrebbe rimanere appannaggio della prima in classifica), magari pensando ad esempio a un mini-torneo riservato alle posizioni per le coppe e alla salvezza, così da allargare il lotto delle squadre impegnate fino all’ultimo. Ah, la proposta di Gabriele Gravina era quella di eliminare una retrocessione a parità di squadre. Per “raffreddare il sistema”, diceva lui. Cioè praticamente avremmo avuto Pisa e Verona retrocesse da febbraio, e salve in carrozza persino squadre come Lecce e Cremonese che hanno fatto una vittoria nelle ultime sette partite. Questa era la grande idea del peggior presidente della storia del calcio italiano. Per fortuna se ne è andato prima di poter fare altri danni.
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