Ucraina, Argentina, Congo: se produrre più cibo (ed esportarlo) vuol dire innescare nuovi conflitti – Il docufilm
A conflitti aperte e crisi economiche in corso fa sempre seguito la narrativa dell’insicurezza alimentare e della necessità di produrre più cibo: più soia, più grano, più carne sarebbero necessari, comunque, per sfamare 10 miliardi di persone nel 2050. Arrivano però da Ucraina, Argentina, Congo e anche dall’Italia, le storie che raccontano un’altra realtà e mostrano il ruolo sottovalutato delle risorse alimentari nell’innescare alcuni tra i più grandi conflitti contemporanei. Il nuovo documentario di Francesco De Augustinis, How to Feed the Planet (Come nutrire il Pianeta), mette in discussione i grandi dogmi dell’industria alimentare, a iniziare dalla dieta mediterranea. È dal Cilento che inizia il viaggio del regista per risalire alle vere origini della dieta mediterranea, basata su alimenti di origine vegetali e diventata patrimonio Unesco. Un viaggio che mostra come oggi sia diventata più che altro uno strumento di marketing “per promuovere esportazioni di risorse alimentari, proprio da Paesi come Ucraina (grano), Argentina (soia, Leggi l’approfondimento) e Congo” sostenendo interessi economici delle industrie, invece che quelli delle comunità locali, poco tutelate anche rispetto alla tutela della salute e dell’ambiente. “Tutto questo alimenta l’instabilità di questi Paesi, creando le condizioni per conflitti e per una nuova forma di colonialismo” racconta a ilfattoquotidiano.it il regista, Francesco De Augustinis. Il documentario sarà presentato in anteprima l’11 aprile al Nuovo Cinema Aquila (Roma), durante il Festival delle Terre, la rassegna del documentario indipendente su agroecologia, ambiente e diritti organizzata dal Centro Internazionale Crocevia.
Con questo docufilm De Augustinis chiude il cerchio del progetto indipendente One Earth: con i precedenti lavori ha affrontato il tema della deforestazione tropicale, delle conseguenze devastanti dell’aumento della produzione zootecnica e delle insidie dell’acquacoltura. Questa volta il regista mostra come alcuni tra i più grandi conflitti del nostro tempo non siano innescati per conquistare solo petrolio e terre rare, ma anche per accaparrarsi terreni e risorse alimentari.
Ucraina, a chi serve il granaio d’Europa
“Quando sono stato in Ucraina, nel 2014, il conflitto del Donbass era appena iniziato e, quindi, la guerra aveva una dimensione ancora regionale. In quel contesto – racconta al Fatto il regista – Unione Europea e Ucraina hanno firmato un accordo collegato a dei prestiti della Banca Mondiale, del Fondo monetario internazionale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo”. Sulla carta si portavano in Ucraina progetti di sviluppo, ma in cambio si chiedeva all’Ucraina “un piano di riforme che portasse alla liberalizzare la vendita delle terre e delle aziende”. Obiettivo: esportare grano, ma anche soia. Ed è così, attraverso un piano Ue studiato a tavolino, che l’Ucraina è diventata il granaio d’Europa. Ne hanno beneficiato le comunità? Altri Paesi che soffrono la fame? Tutto quel grano a chi serviva? “Ne hanno beneficiato le aziende e i grandi allevamenti intensivi che lo utilizzano come mangime, ma quasi tutte le esportazioni di grano sono andate nei Paesi europei e alla Cina”. Di fatto, con l’inasprirsi del conflitto, il contraccolpo lo ha subìto il settore della mangimistica in Europa. Alla faccia della crisi alimentare globale e dei Paesi che soffrono la fame.
Repubblica democratica del Congo, 80 milioni di ettari (per l’export)
Tra questi c’è la Repubblica democratica del Congo (RDC), che affronta una delle più gravi crisi alimentari al mondo: oltre 25 milioni di persone, un quarto della popolazione, è colpita da insicurezza alimentare acuta. Anche qui, però, sembrano più importanti gli interessi dell’agrobusiness e c’è un collegamento tra la guerra e la produzione agricola. “Si pensa che la Repubblica democratica del Congo sia un grande territorio selvatico per cui tutti pensano di venire per stabilirsi, prendendo della terra a loro piacimento” racconta nel docufilm Simplex Malembe, portavoce dell’associazione congolese di produttori agricoli Conapac. E aggiunge: “Le risorse minerarie sono la base, ma vediamo sempre più che anche le zone agricole più produttive sono motivo di conflitto”. Anche qui arrivano i fondi di sviluppo e pure la Banca europea per gli investimenti. E ci sono 80 milioni di ettari di terreno coltivabili.
Le ragioni sono diverse (dalla disponibilità di materiale alle competenze tecniche), ma per tutte ci sarebbero soluzioni. Quello che accade, invece, è che a un certo punto la foresta tropicale si interrompi e inizi la piantagione industriale della Miluna, coltivata a gomma, olio di palma (che serve per produrre biocarburante), cacao e caffè. Una piantagione fondata nel 1911, nell’era coloniale, acquistata circa vent’anni fa da José Hoolans in una zona con un regime fiscale molto conveniente per chi investe, ma non per chi lavora, stando ai racconti dei contadini. Diritti violati, buste paga misere e, per i villaggi, acqua dei torrenti inquinata con la lavorazione della gomma. “Anche in questo caso la produzione della piantagione è destinata all’export. Basterebbe poco per rendere questi villaggi autonomi, che poi è quello che chiedono i contadini” racconta il regista. Eppure i governi continuano a sostenere l’agricoltura industriale, favorendo episodi di land grabbing. “Il ricordo più forte che mi porto dentro dei viaggi di questi anni, racchiusi nel docufilm, è proprio quella dei bambini del Congo. Non è un’immagine compassionevole – spiega De Augustinis – tutt’altro. Ma fa a cazzotti con i progetti-spot per sfamare il pianeta. Perché sai che le risorse ci sono, o potrebbero essere coltivate con molti meno sforzi, ma la verità è che vengono portate altrove”.
Può esportare alimenti per 400 milioni di persone, ma metà dell’Argentina è povera
Accade anche in Paesi che, in realtà, non dovrebbero avere gli stessi problemi. Come in Argentina, dove ci sono 20 milioni di persone in povertà, mentre il Paese ha una produzione agricola in grado di sfamare 400 milioni di persone. Siamo oltre il paradosso. Qui il regista ha seguito il percorso della soia, di cui l’Argentina è terzo produttore al mondo, dopo il Brasile (al primo posto) e Stati Uniti. Negli ultimi anni, come raccontato anche da ilfattoquotidiano.it, la soia è diventata sempre più un asset strategico tra potenze. In Argentina, ai contadini viene sottratta sempre più terra per far spazio a pascoli, campi mais e coltivazioni di soia, utilizzati come mangime. E loro devono fare i conti con attacchi di bande armate messe sotto contratto da imprenditori con l’obbiettivo di costringerli a lasciare le terre. Nel 2022, ricorda il regista, l’Argentina ha esportato oltre 5 milioni di tonnellate di soia, quasi tutti in Cina. Principale paese per numero di animali allevati e, quindi, massimo produttore di mangimi. Con la guerra dei dazi di Trump, poi, la domanda di Pechino è ulteriormente aumentata. “Il film ci mette di fronte a una scelta. Possiamo continuare a consumare un numero eccessivo di risorse – dice Francesco De Augustinis – legittimando un sistema basato sullo sfruttamento, sulla distruzione e sulla sopraffazione, ma domani significherà assistere a un numero sempre maggiore di guerre per l’accaparramento di queste risorse agricole, alimentari e idriche. Oppure – prosegue il regista – possiamo riconoscere cosa non ha funzionato e correggere il tiro”. La scelta è anche nel ritorno alla vera dieta mediterranea, i cui principi sono ripresi nella Planetary Health Diet, diventata negli ultimi anni un punto di riferimento scientifico. Un ritorno alle origini, senza spot.
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