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Pentagono, partita a scacchi tra Vance e Hegseth: la guerra vera non è in Iran

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La guerra in Iran sta facendo aumentare le tensioni ai vertici del Pentagono. La scorsa settimana, il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha ordinato il siluramento del capo di Stato maggiore, Randy George. Una figura, quest’ultima, storicamente assai vicina all’attuale segretario all’Esercito, Dan Driscoll: quel Driscoll che è un amico intimo, oltreché stretto alleato politico, del vicepresidente americano, JD Vance.

Attenzione: che i rapporti tra Hegseth e Driscoll fossero tesi, non è una novità. Già a settembre, la Cnn riportò che il capo del Pentagono fosse piuttosto insofferente verso il segretario all’Esercito. In particolare, sembra che Hegseth tema che, prima o poi, possa essere sostituito da lui ai vertici del dicastero che attualmente guida. Non solo. Il segretario alla Difesa non ha visto neanche troppo di buon occhio il fatto che, l’anno scorso, la Casa Bianca abbia conferito a Driscoll un ruolo primario nel processo diplomatico ucraino.

Il punto è però che le fibrillazioni tra i due sembrano essersi intensificate a seguito dell’conflitto con l’Iran. È chiaro che, licenziando George, Hegseth ha puntato a indebolire Driscoll, assestando così indirettamente un colpo allo stesso Vance. Un Vance che, ricordiamolo, era storicamente scettico nei confronti di un’operazione bellica su vasta scala contro il regime khomeinista e che, soprattutto nelle ultime due settimane, è tornato alla ribalta, dopo che Donald Trump ha deciso di conferirgli un ruolo di primo piano nell’iniziativa diplomatica volta a chiudere la guerra contro Teheran.

Sotto questo aspetto, è noto che Hegseth non fosse un fautore del cessate il fuoco con l’Iran. Il fatto che Trump lo abbia alla fine raggiunto, mettendo il suo vice a capo del team negoziale americano, non deve aver fatto quindi troppo piacere la capo del Pentagono. Del resto, anche lo stesso Marco Rubio, che pure è meno ostile agli interventi militari all’estero rispetto a Vance, temeva dall’inizio l’eventualità che, per Washington, un conflitto su larga scala contro la Repubblica islamica potesse trasformarsi in un pantano. In tal senso, non va trascurato come proprio Rubio e l’attuale vicepresidente americano siano i principali possibili contendenti in vista della nomination presidenziale repubblicana del 2028: ne consegue che nessuno dei due ha un reale interesse a far sì che gli Stati Uniti rischino di restare impelagati a tempo indeterminato nella crisi iraniana.

Questo fa capire per quale ragione, al netto della loro rivalità, Rubio e Vance sul dossier di Teheran siano più vicini di quanto spesso si creda. Entrambi non guardano con eccessiva simpatia a Hegseth e alla sua freddezza verso l’iniziativa diplomatica. Da questo punto di vista, è significativo il fatto che, ieri, Driscoll, abbia escluso di dimettersi dal proprio incarico. “Servire sotto il presidente Trump è stato l’onore di una vita e resto fermamente concentrato sul fornire all’America la forza combattente terrestre più potente che il mondo abbia mai visto”, ha dichiarato proprio mentre aumentavano le indiscrezioni su presunte pressioni, volte a spingerlo a fare un passo indietro.

Questo significa che Vance è pronto a dare battaglia non soltanto sull’Iran ma, più in generale, sul futuro stesso del Pentagono. “Driscoll, stretto alleato del vicepresidente Vance, è da tempo considerato un potenziale successore di Hegseth, qualora quest’ultimo venisse licenziato”, ha riferito, poche ore fa, The Hill, secondo cui l’attuale segretario alla Difesa sarebbe particolarmente preoccupato dopo i recenti siluramenti di Kristi Noem e Pam Bondi. La partita, lo abbiamo visto, è iniziata ben prima dello scoppio della guerra in Iran. Eppure, il conflitto contro Teheran sembra in qualche modo averla accelerata. Chissà quindi che nei prossimi mesi gli equilibri ai vertici dell’amministrazione Trump non cambino significativamente.






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