Iran, JD Vance si gioca la sua partita (complicatissima) ai negoziati: placare il mondo MAGA e intestarsi la pace in vista delle elezioni
Per 39 lunghi giorni ha ingoiato il boccone amaro restandosene lontano dai riflettori ad aspettare che la bufera passasse. Al momento è arrivata solo una schiarita, ma è l’occasione per JD Vance di uscire dal cono d’ombra nel quale la guerra all’Iran lo aveva ricacciato, e in cui si era di fatto auto-esiliato, e tornare sulla scena. Il conflitto è teoricamente congelato, sabato sono previsti colloqui a Islamabad e il vicepresidente degli Stati Uniti sarà a capo della delegazione Usa di cui faranno parte Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump per il Medio Oriente, e Jared Kushner, genero del presidente e figura centrale nel dossier Medio Oriente. Vance si muove con un obiettivo: mettere la faccia sulla pace con Teheran in vista delle elezioni di medio termine di novembre.
Punta di diamante del mondo MAGA, durante la fase più dura di “Epic Fury” l’ex Marine ha ha dovuto bilanciare il sostegno alla linea dura del suo presidente con il malumore di una base che non avrebbe voluto l’ennesimo conflitto regionale. Guidare il negoziato di Islamabad, quindi, è l’occasione perfetta. Non si tratta di mettere la faccia su una guerra ma di diventare il volto della sua conclusione e riuscire a portare a casa un accordo con l’Iran (o almeno un cessate il fuoco duraturo) combacia con i principi cardine dell’America First: meno spese militari, meno rischi per i soldati, stabilità ottenuta tramite la forza della negoziazione. Il controcanto perfetto alla narrazione di quel mondo neo-conservatore che fa capo, tra gli altri, a Marco Rubio e che sul dossier Iran è riuscito finora a imporre la propria linea alla Casa Bianca.
Sarà proprio quest’ultimo lui il grande assente di Islamabad. Sebbene sia coinvolto nella strategia e abbia partecipato alle fasi preliminari che hanno portato alla tregua, il Segretario di Stato – espressione di quel mondo neo-con che dell’interventismo e dell’esportazione della democrazia fa le basi della propria dottrina in politica estera – dovrebbe rimanere a Washington. Non è escluso un incontro separato tra Rubio e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, ma ciò avverrebbe in una fase successiva alla missione ufficiale guidata da Vance.
Sarà invece della partita Jared Kushner. Sebbene non abbia incarichi di governo, il genero di Trump rappresenta con Witkoff la continuità della strategia di Trump nella regione, già tracciata con gli Accordi di Abramo. La sua presenza accanto a Vance è tecnicamente e politicamente funzionale: se il vicepresidente è il volto della galassia MAGA, Kushner è l’architetto dei rapporti con i leader regionali con i quali intrattiene contatti informali fondamentali per muoversi nei delicati meccanismi diplomatici mediorientali. In definitiva, coinvolgere Kushner assicura che il negoziato segua la visione presidenziale e serve a dare solidità tecnica a un’operazione che per Vance è invece un fondamentale palcoscenico politico.
L’orizzonte è quello delle elezioni di medio termine e Trump ha bisogno di un successo diplomatico vendibile come una vittoria. La divisione dei compiti serve proprio a ricompattare i due pilastri del consenso repubblicano. Vance a Islamabad è l’ambasciatore del disimpegno, la sua missione è riportare a casa i “dividendi della pace” per dire agli elettori dell’Ohio o della Pennsylvania che le loro tasse non serviranno più a comprare missili ma torneranno a sostenere l’economia interna. Kushner rappresenta l’establishment finanziario: la sua presenza rassicura l’ala del partito più legata alla stabilità dei mercati e agli accordi regionali di lungo termine. Se il primo serve a placare la base, il secondo deve garantire che la pace sia “vantaggiosa”.
Presentarsi al voto di novembre con un accordo spegnerebbe le critiche dei MAGA e toglierebbe ai Democratici l’argomento dell’instabilità globale. Ma la missione è tutt’altro che semplice. La posizione di Teheran oggi è più complessa e, per certi versi, più solida rispetto ai colloqui di Ginevra di fine febbraio. Nonostante 38 giorni di raid e la morte di Ali Khamenei, il regime resta in piedi e quello che la delegazione Usa avrà davanti è un interlocutore tutt’altro che sconfitto. A differenza di Ginevra, poi, l’Iran siede al tavolo avendo dimostrato di poter condizionare la navigazione nello Stretto di Hormuz, argomento forte per negoziare le 10 richieste avanzate, la revoca delle sanzioni e il mantenimento del programma nucleare su tutte. La sfida per Vance sarà, quindi, ottenere un “real agreement” senza apparire come colui che ha ceduto alle condizioni di Teheran.
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