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Porno online, slitta il divieto per i minori. Il Tar dà ragione ai siti: “Consultare il Paese che li ospita”. A rischio anche la norma del governo sui limiti per i social

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Martedì 7 aprile il Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio ha pubblicato una sentenza sulla verifica dell’età sui siti porno che va a favore delle piattaforme: il regolamento redatto dall’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che come previsto dal Decreto Caivano tanto voluto dal Governo Meloni (era il 2023, nel Parco Verde di Caivano due cuginette vengono stuprate da un branco, per gran parte minorenne) prevedeva la verifica della maggiore età degli utenti, non può essere applicato ai maggiori siti con contenuti per adulti. Il motivo? Governo e authority avrebbero dovuto consultare prima i Paesi in cui le società hanno sede, poi la Commissione Europea. Pratica che il nostro governo pare restio a implementare sui temi digitali, materia concorrente con Bruxelles. Ora, avvertono alcuni parlamentari ed esperti, se il governo dovesse andare avanti anche con la sua proposta di Ddl sul controllo dell’età per i social network, si corre lo stesso rischio: aver perso tempo per creare norme inapplicabili.

La sentenza a favore di Pornhub e i suoi fratelli

La sentenza del Tar Lazio riguarda il ricorso di Aylo, la società con sede a Cipro che gestisce Pornhub, YouPorn e RedTube, i maggiori siti di contenuti pornografici. Per i giudici, la delibera dell’Agcom sull’obbligo di verifica dell’età non rispettava la direttiva europea sul commercio elettronico, che stabilisce il “principio del paese d’origine”. In sostanza, un’azienda che fornisce servizi online deve rispettare le regole del paese in cui ha sede, e gli altri Stati membri non possono imporle obblighi ulteriori se non chiedendo prima a quello Stato di intervenire e poi, solo in caso di inattività o inefficienza, notificare alla Commissione Europea la propria intenzione di procedere. E’ questo il motivo per cui l’obbligo, previsto entro lo scorso febbraio, non è mai stato implementato. L’obbligo resta invece valido per i siti con sede in Italia, pochi e spesso con utenze ristrette. Il Tar ha infatti respinto tutte le altre contestazioni di Aylo, sostenendo che non ci sia violazione del Dsa (il regolamento europeo sui servizi digitali), che in assenza di armonizzazione gli stati possano muoversi autonomamente e che la tutela dei minori è un interesse legittimo che può giustificare restrizioni, purché si rispettino le procedure previste. Secondo l’avvocato Giuliano De Luca, l’applicazione della norma è solo rinviata: “Il tribunale amministrativo ha contestato solo l’assenza dei passaggi procedurali, non la legittimità del divieto per i minori né l’obbligo della verifica dell’età in capo alle piattaforme”.

Il nodo dell’età sui social e l’innovazione di Meta

Lo stesso problema potrebbe però nascere sulla questione del divieto di accesso ai social network per gli under 15: mentre il ddl 1136 in discussione in commissione al Senato dovrebbe riprendere il suo iter, la scorsa settimana dopo i fatti di Trescore, a Palazzo Chigi è stata elaborata una prima bozza di testo alternativa che prevede l’introduzione di sistemi di controllo parentale obbligatori, con attivazione di profili rivolti ai minori all’atto della configurazione e pacchetti junior dedicati ai minori da parte degli operatori ma anche anche una impostazione basata sulla “limitazione dell’utilizzo del dispositivo alle sole chiamate telefoniche, inclusi i numeri di emergenza pubblica; l’invio e la ricezione di sms; l’uso limitato di servizi di messaggistica verso contatti autorizzati, il blocco di siti con contenuti pericolosi, la memorizzazione dei siti visitati”. Quest’ultima parte, in particolare, ha molti elementi in comune con quanto annunciato a metà marzo da Meta, la casa madre di Facebook, Instagram e Whatsapp che prevede la creazione di account per chattare supervisionati per minori di 13 anni, permettendo l’uso dell’app sotto il controllo genitoriale che possono creare e gestire il profilo, limitare contatti, chiamate e messaggi ed escludere i canali e la meta AI.

Floridia: “Meloni frena sul divieto social ai minori per compiacere Big Tech e Trump. E ignora l’educazione digitale”

Un testo, quello del governo, non del tutto sgradito alle piattaforme. Mentre il disegno di legge sottoscritto da 22 fratelli d’Italia, dalla maggioranza e dalle opposizioni, è rimasto nel surgelatore per quasi 6 sei mesi. Come mai? Barbara Floridia, senatrice del Movimento 5 stelle, indica Oltreoceano: “Il sospetto è che Giorgia Meloni abbia congelato il divieto ai social per non dispiacere alle piattaforme americane, come Meta, Google o X”, dice a ilfattoquotidiano.it l’esponente pentastellata. Dunque la premier nazionalista, alfiera della famiglia, avrebbe rallentato sulla tutela dei giovani italiani per non dispiacere alle multinazionali americane? “Meloni ha già dimostrato di avere a cuore Big Tech. Mentre l’Ue combatteva con Trump la battaglia dei dazi, paventando una tassa per i colossi digitali, la nostra premier ha contribuito ad affossarla firmando una dichiarazione congiunta con Donald Trump, il 18 aprile 2025”. Eppure Meloni prometteva di colpire “i giganti del web” prima di arrivare a palazzo Chigi. “Invece si è accomodata con loro alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, il 20 gennaio 2025”, ricorda Floridia. Meloni era l’unica leader di governo in Europa presente alla cerimonia, a suggellare il legame speciale con Donald trump. C’erano Mark Zuckerberg e la consorte Priscilla Chan, accanto a Jeff Bezos e la moglie Lauren Sánchez, con il Ceo di Google Sundar Pichai ed Elon Musk. Presenti al campidoglio anche Tim Cook di Apple e Shou Zi Chew di TikTok.
Ma il governo italiano, oltre a rallentare sull’obbligo di verifica dell’età da parte delle piattaforme, dimentica anche la formazione digitale, per aiutare i ragazzi a navigare internet senza perdersi nella dipendenza tecnologica e dai social network: “Il divieto da solo non basta a tutelare i ragazzi – prosegue Floridia -. C’è la legge del governo Conte per l’educazione digitale nelle scuole, ma nessuno la applica e non è finanziata, Valditara la ignora. Eppure le ore ci sarebbero: l’educazione civica prevede spazio anche per questi temi. Ma restano sulla carta. Noi avevamo previsto risorse vere. Il ddl 1136 per il divieto social invece stanzia appena 1 milione all’anno. Ma senza educazione, ogni divieto è solo facciata”.

Senza Bruxelles: “Ricorsi anche per i social”

La formazione langue, mentre il ddl in Senato è ancora fermo: la discussione era stata calendarizzata l’8 aprile in commissione, invece nulla. Si attende il provvedimento dell’esecutivo. “Dopo due anni e mezzo di lavoro con tutti i partiti – spiega Marianna Madia del Pd, firmataria del Ddl in esame in commissione assieme a Lavinia Mennuni, di Fratelli d’Italia – ora il governo cerca un rilancio post-referendum rischiando di allungare ancora di più i tempi”. Il testo infatti è già stato concordato con Bruxelles, ha già seguito gli iter (e i tempi) tecnici comunitari ed è stato armonizzato alle norme Ue. Tutto prima dello stop arrivato a ottobre per diretto volere della premier. “Un nuovo testo avrebbe bisogno dello stesso lavoro in Europa, trattandosi di materia concorrente. Questo allungherebbe di molto i tempi, anche oltre la legislatura”. E se il governo decidesse di non farlo? “Si rischia quanto accaduto con le norme sui siti porno”.

Sbarramenti impositori e “controproducenti”

Ora resta da capire quale sarà l’iter. Se le proposte del governo dovessero diventare un emendamento al ddl attualmente in discussione, il testo dovrebbe essere notificato a Bruxelles e attendere almeno tre mesi di tempi tecnici, salvo poi ulteriori modifiche. Se invece dovesse diventare un Dl e procedere con urgenza (magari affidando anche in questo caso ad Agcom, come per i siti porno, il ruolo di regolatore e controllore), ci si potrebbe ritrovare in futuro con gli stessi ricorsi. “Sulla materia concorrente con Bruxelles – spiega infatti l’avvocato Fulvio Sarzana – è complicato intervenire con sbarramenti unilaterali da parte dei singoli Paesi. Rischiano di essere inefficaci, aggirabili e inutilmente censori”. L’alternativa? Che si limiti ad essere uno slogan e che resti lettera morta.

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