Niente fondi al docufilm su Regeni, lo scaricabarile di Giuli in Aula: “Non condivido, ma commissione è indipendente”. E dribbla i cronisti
Uno scaricabarile sul mancato finanziamento del docufilm su Giulio Regeni, farcito da retorica. Poi, silenzi e niente risposte di fronte alle domande dei cronisti, fuori dall’Aula. “Non condivido la scelta, ma la commissione è indipendente“, si è difeso alla Camera dei deputati il ministro della Cultura Alessandro Giuli, nel corso dell’interrogazione del gruppo Pd a Montecitorio sul caso dell’esclusione de “Tutto il male del mondo” dai fondi erogati per il 2026 (al contrario, tra le altre opere promosse, di una produzione sulla vita di Gigi D’Alessio e una sul ‘re delle fettuccine‘).
“Quanto al mio giudizio sulla tragica vicenda di Giulio Regeni, faccio mie le parole del presidente del Consiglio, il quale ha ribadito che il Governo non ha interrotto e non intende interrompere la ricerca della verità. Ma proprio per rispetto della memoria, è necessario attenersi ai fatti”, ha rivendicato Giuli sul caso del ricercatore italiano, sequestrato, torturato e ucciso in Egitto dieci anni fa. Parole, quelle di Giuli, negli anni smentite dai fatti, tra sfilate di ministri del governo Meloni al Cairo, accordi commerciali e patti militari con l’Egitto e cooperazione con la sua polizia, come più volte denunciato dalla stessa famiglia.
Dopo le dimissioni del critico cinematografico Paolo Mereghetti e del consulente editoriale Massimo Galimberti dalla commissione del ministero della Cultura che assegna i contributi selettivi al cinema (che non facevano però parte della sottocommissione che ha deciso sui fondi per il documentario, ndr), Giuli ha rivendicato di “non poter intervenire” rispetto al caso dei mancati fondi al docufilm, prodotto da Fandango e Ganesh, diretto da Simone Manetti e scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi (e che sarà presto di nuovo nelle sale cinematografiche, oltre che proiettato in 76 Atenei italiani, per iniziativa della senatrice a vita, Elena Cattaneo,ndr)
“Non condivido né sul piano ideale, né morale la scelta, ma non è il frutto di una decisione politica. Il ministro della Cultura non esercita e non può esercitare alcuna influenza sulla commissione chiamata a valutare i contributi selettivi, né a monte nella formazione dei giudizi, né a valle rispetto agli esiti delle valutazioni. Ed è giusto che sia così, perché proprio l’autonomia della commissione costituisce la garanzia fondamentale di imparzialità, trasparenza e oggettività“, si è giustificato, scaricando le responsabilità.
Un’autonomia, rivendicata a parole, che stride e non poco con la composizione della stessa sottocommissione che ha deciso sui fondi. Basta sottolineare come, tra i 5 membri, una sia l’ex deputata della Lega Benedetta Fiorini, mentre Pier Luigi Manieri (è stato ricostruito dai media tra cui La Stampa) viene considerato vicino al presidente della commissione Cultura, Federico Mollicone (FdI). Altro che imparzialità. Ma sui membri della commissione e sul futuro della stessa, anche dopo le dimissioni eccellenti, Giuli evita le domande dei cronisti, Fattoquotidiano.it compreso, al termine del Question time. “Non ho altro da dire, per favore”, ha più volte ripetuto Giuli, ben protetto dal suo staff, prima di rifugiarsi al ministero della Cultura.
“Speravamo in un sussulto di orgoglio che ancora una volta il governo non ha avuto. Negare ogni contributo al film su Giulio Regeni non è stato il frutto di norme applicate, di procedure tecniche, ma l’esito del sistema che voi avete introdotto. Concepire la cultura nella sua ricchezza e complessità come terreno di conquista per un’egemonia fondata non sui contenuti, sui talenti e la creatività, ma sull’occupazione di ogni ambito”, ha invece attaccato in Aula, Gianni Cuperlo, deputato dem sempre presente alle udienze del processo Regeni. Ancora in corso, ma con un verdetto finalmente vicino, atteso entro pochi mesi.
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