Si indaga anche sull’errore di persona per l’omicidio del 20enne Fabio Ascione a Napoli
Un agguato in piena regola, ma con un bersaglio che potrebbe non essere stato quello destinato a essere colpito. È su questa ipotesi che si stanno concentrando le indagini dei carabinieri e della procura sull’omicidio di Fabio Ascione, il 20enne ucciso all’alba di martedì a Napoli, nel quartiere di Ponticelli. Il giovane era al bar dopo aver lavorato nella notte in una sala bingo. La vittima è stata raggiunta da un colpo di pistola al petto mentre era insieme a un gruppo di amici. Secondo una prima ricostruzione, una vettura scura – e non uno scooter come riferito in un primo momento – si sarebbe avvicinata al locale: dall’interno qualcuno avrebbe esploso più colpi, per poi dileguarsi rapidamente. Uno dei proiettili ha colpito Ascione in pieno petto. Gli amici lo hanno trasportato d’urgenza all’Ospedale Villa Betania, ma per lui non c’è stato nulla da fare.
L’azione, per modalità e tempistiche, richiama da vicino un’esecuzione di stampo camorristico. L’agguato è avvenuto infatti in un’area ritenuta sotto l’influenza del clan De Micco, ma al momento gli inquirenti invitano alla massima cautela. Il quadro resta infatti aperto a molteplici scenari, anche quello di una vendetta dopo una lite. A rendere ancora più complessa la ricostruzione è l’assenza di bossoli sul luogo del delitto. Un elemento che lascia spazio a diverse interpretazioni: chi ha sparato potrebbe aver utilizzato un revolver, oppure i bossoli di una pistola semiautomatica potrebbero essere rimasti all’interno dell’auto. Dettagli tecnici che confermano la pianificazione dell’azione, ma che non chiariscono il movente.
Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia e dal sostituto procuratore Alfredo Gagliardi, sono affidate ai carabinieri del Nucleo radiomobile di Napoli e del Nucleo operativo di Poggioreale. Gli investigatori stanno lavorando “a 360 gradi”, senza escludere alcuna pista: dall’errore di persona alla possibile intimidazione nei confronti del titolare del bar, fino a una vendetta maturata in ambito personale. Un elemento su cui si concentra l’attenzione è il contesto relazionale della vittima. Ascione, incensurato, sarebbe legato da vincoli familiari a una persona in passato vicina ad ambienti della criminalità organizzata, anche se non riconducibile direttamente al clan che controlla la zona. Un dettaglio che potrebbe aver avuto un peso, ma che al momento non consente di trarre conclusioni.
A complicare ulteriormente il lavoro degli investigatori è la mancanza di sistemi di videosorveglianza diretti nell’area dell’agguato. Gli inquirenti stanno però acquisendo i dati dei varchi elettronici in grado di rilevare le targhe dei veicoli in transito: proprio da lì potrebbe emergere una traccia utile per identificare l’auto utilizzata dai killer. Nel frattempo, il racconto dei familiari restituisce l’immagine di un ragazzo lontano da contesti criminali. La cugina, ascoltata dagli investigatori, lo ha descritto come un giovane che lavorava in una sala bingo e che, al termine del turno, aveva deciso di fermarsi al bar prima di rientrare a casa. Una scelta ordinaria, che potrebbe essersi trasformata in una tragica fatalità.
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