“Sei la prima persona con cui parlo oggi”: la startup geniale che paga i giovani per salvare gli anziani soli
All’inizio rispondono con prudenza. Misurano le parole. Poi basta una domanda sul passato, su un lavoro fatto quarant’anni prima, su un viaggio, su un amore. E qualcosa cambia. Gli occhi si accendono. Si illuminano mentre raccontano.
Giulia Amici, 22 anni, studentessa, lo vede accadere tutte le volte che fa compagnia a un anziano. È una degli ottanta “Ragazzi ConTe” coinvolti da CONGEN – Connecting Generations, una startup che mette in contatto pensionati autosufficienti o parzialmente autosufficienti con ragazzi tra i 18 e i 35 anni. Un algoritmo, in pratica, li abbina sulla base di interessi comuni, abitudini, passioni e prossimità geografica. Per condividere tempo. Costruire relazioni. «Mia nonna è austriaca» racconta Giulia. «È rimasta vedova quasi dieci anni fa ed è sola, perché noi viviamo in Italia». Non è un’eccezione. È la normalità di migliaia di famiglie. «Spesso, quando la chiamo nel pomeriggio, mi dice: sei la prima persona con cui parlo. Ogni volta, mi si stringe il cuore».
È stata proprio questa esperienza personale a spingere Giulia a candidarsi quando l’Università di Tor Vergata ha proposto un tirocinio presso CONGEN. «Ho pensato: se già lo faccio con mia nonna, mi farebbe piacere farlo anche con altri anziani nella sua stessa condizione».
E di persone in quella condizione ce ne sono molti più di quanto siamo disposti ad ammettere. Secondo i dati Istat, oltre il 40% degli over 65 vive solo o senza relazioni quotidiane significative. Più di 5,5 milioni di anziani trascorrono le giornate in solitudine. Il 25% è in isolamento cronico. Il 33% non riceve stimoli cognitivi regolari. Numeri ufficiali, non impressioni. E, se li leggiamo bene, raccontano una verità scomoda: siamo un Paese longevo ma sempre più “monadico”.
La verità è che abbiamo delegato. Alla famiglia, ai servizi sociali, alle strutture. E quando la famiglia è lontana o schiacciata dal lavoro, quando i servizi sono insufficienti, quando le strutture fanno quello che possono, le giornate di chi è solo scorrono nel silenzio.
Giulia non fa assistenza sanitaria. Non sostituisce infermieri o badanti. Sta accanto. «Una volta ho accompagnato una signora in ospedale», ricorda. «Sono andata a prenderla in una Rsa, l’ho portata alla visita, e sono rimasta accanto a lei». La signora non ricordava bene quali documenti dovesse portare, né cosa le avessero detto i medici. «Ho preso appunti e poi ho riferito tutto alla struttura. Lei da sola non ce l’avrebbe mai fatta». Non è eroismo. È presenza, che troppo spesso manca.
E poi ci sono i piccoli gesti. Aiutare a stampare un documento, trasferire una foto dal telefono al computer, spiegare come si manda un’immagine su WhatsApp. Per un ventenne è questione di secondi. Per un ottantenne può essere un muro. «Accendo il computer, faccio due passaggi e risolviamo il problema in pochi istanti», racconta Giulia. Ma in quei due passaggi c’è qualcosa di più di una competenza tecnica: c’è la sensazione di non essere esclusi dal mondo.
Ma ciò che colpisce davvero è quello che accade quando la conversazione si scioglie. «Hanno bisogno di parlare», dice Giulia. «All’inizio sono un po’ timidi. Poi, quando vedono che sei interessata a loro, ti raccontano tutto con entusiasmo. E ti rendi conto che sei tu ad imparare». Una lezione che rovescia lo stereotipo: non sono solo i giovani a dare. Ricevono.
Su questo scambio generazionale insiste la fondatrice di CONGEN, Carlotta Conversi, 24 anni, dottoranda in Global Studies all’Università di Urbino. «Non offriamo assistenza sanitaria», chiarisce. «Offriamo relazioni. Molti anziani non hanno bisogno di un infermiere, ma di qualcuno che condivida tempo con loro». Anche per lei tutto è nato da una storia personale. «Mio nonno viveva fuori Roma. Lavoravamo e non riuscivamo ad andare spesso da lui. Ci chiedeva compagnia, qualcuno con cui parlare o giocare a carte. Lì ho capito che c’era un vuoto enorme».
Un vuoto che pesa anche sulle famiglie. «Spesso sono i figli a contattarci», spiega Conversi. «Persone tra i 40 e i 55 anni, la cosiddetta generazione sandwich, che deve occuparsi contemporaneamente di lavoro, figli e genitori in là con gli anni. Cercano una presenza affidabile, continuativa e sicura». I due poli della relazione vengono a conoscenza di CONGEN soprattutto attraverso il passaparola e le collaborazioni sul territorio. Psicologi, farmacie, medici di famiglia, realtà locali intercettano bisogni reali e segnalano alla startup nominativi e contatti. Questo è un modello che cresce grazie alla fiducia. Quando una famiglia vede che la relazione funziona, tende a consigliarla ad altre. Non servono campagne martellanti. La soddisfazione fa più pubblicità di qualsiasi slogan.
Il reclutamento dei giovani, invece, avviene principalmente attraverso le università, tramite career service ed eventi dedicati. «Raccontiamo esperienze e portiamo testimonianze», dice la fondatrice. «Spieghiamo cosa significa entrare nella vita di una persona molto più grande». Solo successivamente vengono pubblicati annunci su piattaforme più tradizionali.
E c’è un altro dettaglio: i “ragazzi ConTe” non sono volontari, percepiscono 10 euro all’ora, «ma con la crescita della nostra rete l’obiettivo è incrementare la paga oraria dei nostri collaboratori», specifica Conversi. Un modo per guadagnare mentre si costruisce una relazione che ha un valore umano e sociale.
Anche la tecnologia fa la sua parte. Una piattaforma digitale e un sistema di matching facilitano gli abbinamenti. Un tool di Intelligenza artificiale genera resoconti delle attività svolte e segnala eventuali informazioni sensibili condivise durante gli incontri, inviando avvisi ai familiari.
Il modello è già stato validato sul campo con circa 60 famiglie tra Roma e Pavia e oltre 80 giovani. Un’esperienza che ora è pronta a diffondersi a livello nazionale. Certo, rispetto ai quasi 14 milioni di over 65 che vivono nel nostro Paese è una goccia nel mare. Ma è una goccia che dimostra che la soluzione è possibile.
Da quando il welfare familiare è crollato, la solitudine è un enorme problema sociale. Accelera il declino cognitivo e fisico. Riduce la qualità della vita. Fino a compromettere irrimediabilmente la salute. Senza stimoli, senza dialogo, senza contatto umano, invecchiare diventa doloroso. Piaccia o no, dobbiamo riconoscere che una società che non mette in contatto le generazioni è una società che si indebolisce. Continuiamo a lamentarci dell’individualismo, del tempo sprecato sui social. Poi scopriamo che basterebbe qualche ora dedicata agli altri per cambiare la giornata – e forse la vita – di qualcuno. La cura comincia da una sedia accostata a un’altra. E da un giovane disposto ad ascoltare.
