Tullio Terni e «l’ipocrisia italiana» dietro la sua doppia discriminazione: il racconto di Pierluigi Battista
Il libro di Pierluigi Battista dedicato alla figura di Tullio Terni, Il professore ebreo perseguitato due volte. Tullio Terni e l’ipocrisia italiana (La nave di Teseo) s’inserisce nel solco di una riflessione ormai matura sul destino degli intellettuali e degli scienziati ebrei nell’Italia degli anni Trenta, travolti dall’irruzione delle leggi razziali e dalla progressiva degenerazione del clima politico e culturale.
La storia di Tullio Terni raccontata da Pierluigi Battista
L’autore ricostruisce con sensibilità, rigore e vis polemica non solo la parabola individuale di uno scienziato di altissimo livello, membro dell’Accademia dei Lincei, ma anche il contesto più ampio di un Paese che, nel giro di pochi anni, passò dall’integrazione all’esclusione. La figura di Tullio Terni emerge come emblematica: uno studioso pienamente inserito nella comunità scientifica italiana, riconosciuto e stimato, la cui identità professionale e civile viene improvvisamente messa in discussione non per meriti o demeriti scientifici, ma per appartenenza. È proprio questa frattura, raccontata da Pierluigi Battista con tono partecipe ma mai retorico, a costituire il nucleo più potente del libro.
Tragedie individuali e collettive
Ma è nel destino finale di Terni che il racconto assume una dimensione ancora più tragica, e si presta a un’analogia illuminante con altre vicende parallele. Il suo suicidio, maturato nel dopoguerra dopo il rifiuto della sua riammissione all’Accademia dei Lincei — da cui era stato espulso per effetto delle leggi razziali del 1938 — richiama inevitabilmente quello di Angelo Fortunato Formiggini.
Ebreo, editore, uomo di cultura e dichiaratamente fascista, Angelo Fortunato Formiggini scelse ugualmente il suicidio nel 1938 come gesto estremo di protesta contro le leggi razziali, ma anche come risposta intima alla vergogna di essere stato improvvisamente trasformato in un escluso, in un corpo estraneo alla nazione a cui aveva creduto di appartenere pienamente.
L’analogia tra Terni e Formiggini è tanto più potente quanto più mette in luce una contraddizione lacerante: entrambi erano stati uomini integrati, partecipi, in qualche misura anche sostenitori del regime che poi li avrebbe respinti. In loro si riflette il dramma di una parte significativa dell’ebraismo italiano, che aveva vissuto il fascismo non come un’alterità ostile, ma come un orizzonte politico condiviso, o quantomeno accettato.
Il regime, infatti, allora pienamente consolidato, tramite la Legge 1731 del 1930 (Legge Falco), stipulata d’intesa con la Comunità ebraica, aveva disciplinato la materia riconoscendo giuridicamente le comunità israelitiche garantendo libertà di culto, seppure sotto la vigilanza dell’autorità statale.
Una frattura nella coscienza nazionale
La cesura del 1938, quindi, non fu soltanto giuridica o sociale: fu anche una frattura interiore, una crisi di identità che colpì individui che si percepivano, prima di tutto, come italiani.
Se nel caso di Formiggini il gesto estremo coincide con l’irrompere della discriminazione, in Terni si consuma invece nel primo dopoguerra, quando ci si aspetterebbe una riparazione, una restituzione. Ed è proprio qui che l’analogia si trasforma in un paradosso storico e morale ancora più amaro. Terni non viene riaccolto, ma giudicato, valutato, respinto: accusato addirittura di viltà, di acquiescenza verso il fascismo. In questo rovesciamento si manifesta una «seconda esclusione», diversa ma non meno dolorosa della prima.
Si delinea così una singolare e inquietante congiuntura: da un lato l’antisemitismo del regime fascista, che espelle e perseguita gli ebrei in quanto tali; dall’altro, nel dopoguerra, una forma di giudizio morale che colpisce alcuni di loro in quanto ritenuti insufficientemente oppositivi, troppo integrati, troppo compromessi. Le stesse persone che erano state discriminate per nascita vengono poi, in alcuni casi, nuovamente marginalizzate per comportamento.
Ipocrisia e conformismo del ceto intellettuale
A questo quadro, già di per sé complesso, si aggiunge però un elemento che il libro suggerisce e che merita di essere esplicitato con maggiore durezza: il comportamento di larga parte del mondo intellettuale italiano. Non si trattò soltanto di silenzio o di mancata difesa. In molti casi vi fu un vero e proprio opportunismo. I vuoti lasciati nelle università, nelle professioni, nelle istituzioni culturali dagli ebrei espulsi vennero rapidamente occupati da colleghi “ariani” pronti ad approfittare della situazione, in una corsa spesso priva di scrupoli verso posizioni più sicure e prestigiose.
E il paradosso si approfondisce ulteriormente nel dopoguerra. Molti di coloro che avevano beneficiato di quelle esclusioni o che avevano condiviso, apertamente o tacitamente, il clima razzista dell’epoca riuscirono a “ripulire” il proprio passato senza particolari conseguenze, inserendosi nella nuova Italia repubblicana come se nulla fosse. Al contrario, figure come Terni si trovarono nuovamente sotto accusa. È qui che la «seconda esclusione» assume anche il volto di una rimozione collettiva: una cultura dell’oblio che ha permesso a molti di dimenticare – o di far dimenticare – responsabilità e complicità.
In questo senso, la vicenda di Tullio Terni si colloca dentro quella linea di frattura che potremmo descrivere, con una formula efficace, come quella tra «sommersi» e «salvati»: non soltanto nel senso delle vittime dirette della persecuzione, ma anche in quello, più scomodo, di chi seppe adattarsi, trarre vantaggio, e poi sottrarsi al giudizio storico ed alle responsabilità personali, soprattutto di ordine morale.
Emblematica al riguardo la figura di Gaetano Azzariti che fu presidente del Tribunale della Razza, la massima autorità giurisdizionale in tema di applicazione delle leggi razziali, prontamente riciclato nell’Italia repubblicana come consigliere giuridico e collaboratore di Togliatti e poi presidente della Corte costituzionale.
Antisemitismo di Stato e antisemitismo diffuso
Il racconto della vicenda di Tullio Terni invita implicitamente ad allargare lo sguardo sull’antisemitismo italiano. È giusto riconoscere e condannare la natura di antisemitismo di Stato assunta dal fascismo a partire dal 1938, ma sarebbe riduttivo limitarlo a quella dimensione. Esso trovò terreno fertile anche nella società italiana, alimentato da pregiudizi diffusi e da una più antica matrice culturale, anche di origine cattolica, che contribuì a rendere accettabili — quando non condivise — le discriminazioni.
I gesti di resistenza furono pochi, sia nelle istituzioni sia nella società civile; molto più diffusa fu, invece, una disponibilità all’adattamento, se non all’approfittamento, e una partecipazione, attiva o passiva, alla progressiva emarginazione degli ebrei, solo parzialmente riscattata nel periodo più tragico della guerra da episodi di solidarietà attiva nel salvataggio dei perseguitati.
La chiama alla coscienza collettiva, oltre la ricostruzione storica
Per questo, il libro di Pierluigi Battista non parla soltanto di Tullio Terni, sottraendolo al sostanziale oblio cui lo aveva relegato, con poche eccezioni, la ricerca storica. Parla, in modo più ampio e più inquietante, dell’Italia e degli italiani: delle loro debolezze, delle loro rimozioni, delle loro responsabilità. E proprio per questo la sua narrazione non ha soltanto il valore di una ricostruzione storica, ma quello, più esigente, di una chiamata alla coscienza, individuale e collettiva.
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