Sull’educazione civica a scuola si gioca una partita decisiva: insegnare ai ragazzi il rispetto è la base
L’accoltellamento della professoressa di francese da parte di uno studente poco più che tredicenne, avvenuto all’interno della scuola di Trescore Balneario, piccolo Comune della provincia di Bergamo, è solo l’ultimo di una serie di episodi analoghi, che suscitano interrogativi sempre più preoccupanti. Siamo in presenza dell’ennesimo fatto grave, che avrebbe potuto avere conseguenze estreme (il fendente si è fermato a mezzo millimetro dall’aorta dell’insegnante), e che, pur presentando tutte le connotazioni di un tentato omicidio, non è punibile a causa della giovanissima età dell’autore.
Destano incredulità i messaggi scritti da un gruppo costituito su Telegram, che esaltano il gesto criminale. Ma soprattutto risultano a dir poco inquietanti le dichiarazioni che sarebbero state fatte dal ragazzo dopo il ferimento dell’insegnante (“dispiaciuto per non averla uccisa“). Lo stesso avrebbe addirittura reso noto il pregresso intento di voler ammazzare i propri genitori. Ed è proprio il collegamento tra il contesto scolastico e quello familiare la chiave di lettura, per comprendere le dinamiche sottostanti l’ennesimo fatto di violenza fra i banchi di scuola.
Ormai questi episodi non possono più considerarsi fatti isolati, da archiviare come cronaca nera, ma il sintomo di una vera e propria emergenza educativa strutturale, che da anni viene denunciata, ma da troppo tempo rimossa. Le statistiche sulla violenza giovanile sono eloquenti: solo negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento dei reati commessi da minori pari ad oltre il 34%. Ogni nuovo caso riaccende il dibattito pubblico, e la reazione è quasi sempre la stessa: indignazione, promesse, qualche intervento tampone. Poi il silenzio.
Il riflesso immediato delle istituzioni è quello di invocare maggiore sicurezza: provvedimenti severi verso i responsabili, telecamere, divieti vari, presìdi, controlli rigorosi. Si tratta di misure spesso necessarie, che possono avere un senso nell’immediatezza, ma che finiscono per trasformare la scuola in un luogo di sorveglianza permanente, se non si affrontano le cause profonde del disagio da cui traggono origine.
La violenza non nasce nei corridoi scolastici, ma arriva lì dopo essersi formata altrove, tra fragilità familiari, solitudini sociali, modelli culturali impoveriti ed una crescente incapacità degli adulti di esercitare un ruolo educativo credibile. Punto centrale è la mancanza di un’autentica cultura della prevenzione: si interviene quando il problema esplode, raramente prima. I segnali di disagio, che si manifestano con l’aggressività ed il rifiuto delle regole da parte degli adolescenti, vengono spesso sottovalutati o delegati alla scuola, che in verità è già sovraccarica di compiti, a volte meramente burocratici, e comunque non è in grado di svolgere da sola un compito così gravoso.
Psicologi scolastici, educatori, mediatori culturali restano figure marginali, mentre il disagio cresce e si radicalizza.
In questo contesto, l’educazione civica rischia di essere poco più che un adempimento burocratico, da portare avanti senza troppa convinzione ed in assenza di un progetto organico. Eppure è proprio lì che si gioca una partita decisiva, quella di educare al rispetto delle regole comuni, all’empatia, alla gestione non violenta dei conflitti, alla responsabilità individuale e collettiva. Senza questa base, ogni richiamo all’autorità risuona nel vuoto.
Né va sottaciuto che l’emergenza educativa è figlia di scelte politiche precise: anni di sottofinanziamento della scuola, di precarizzazione del lavoro educativo e di assenza di politiche giovanili degne di questo nome. Si chiede agli insegnanti di essere formatori, educatori, psicologi e mediatori, ma senza fornire loro strumenti adeguati. Si invoca la famiglia, salvo poi lasciarla sola di fronte a trasformazioni sociali profonde. La sicurezza è necessaria, ma non può diventare l’alibi per aggirare i problemi, che prima o poi ritornano a galla.
E se la logica degli interventi educativi rimane quella di sempre, ogni nuovo episodio sarà sempre considerato un’emergenza, sebbene in realtà sia il risultato prevedibile di un sistema che ha smesso di investire sul futuro.
Ed a preoccupare è non solo la violenza fisica, ma il clima di prevaricazione diffusa, che emerge dai racconti delle vittime: umiliazioni reiterate, esclusione, minacce, fino al cyberbullismo, che prolunga l’offesa oltre le mura scolastiche. Questi episodi evidenziano che anche nei contesti più piccoli e apparentemente coesi possono svilupparsi dinamiche di violenze profonde. Ignorarle o ridurle ad emergenze occasionali significa rinviare il problema, perché dietro ogni episodio che fa notizia ce ne sono molti altri che restano sommersi, e che spesso preparano il terreno al prossimo episodio, non di rado più grave di quello che lo ha preceduto, destinato spesso ad occupare ancora una volta le prime pagine dei giornali.
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