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“Testa o croce?”, o il western rivisitato

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I mali che affliggono il cinema italiano si ripetono da decenni: penuria di capitali, fatturati modesti, valore artistico delle pellicole scadente, scarsa penetrazione nei mercati esteri, fondi pubblici elargiti senza riscontri sulla qualità dei progetti. Al di là delle eccezioni, i numeri testimoniano le gravi carenze dell’industria cinematografica, un tempo la seconda del mondo dopo quella statunitense. Ciò però non significa che non vengano realizzate opere di livello.

Un esempio emblematico è Testa o croce? di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, presentato l’anno scorso in anteprima al Festival di Cannes, nel cui team coproduttivo figura Rai Cinema. In agosto andò al Festival di Locarno, e il 2 ottobre è approdato nelle sale. Per lo più positiva l’accoglienza critica, deficitari gli incassi: le fonti parlano di 135.000 euro a metà del suo percorso, all’estero siamo sui 70.000 dollari, a fronte di un budget sui sette milioni di euro: un fallimento commerciale, dovuto anche all’altro annoso problema, la distribuzione: se pur escono, i film appaiono nelle sale pochi giorni, e se non si aggiudicano premi prestigiosi rischiano l’oblio.

Il 1° aprile la “Casa del cinema” di Roma lo ha proposto nella sua programmazione. Un bell’evento, che ha visto la partecipazione dei registi, dell’autore della colonna sonora Vittorio Giampietro e dell’attore Gianni Garko, icona del western italiano, che nel film ha una figurazione speciale. La quarta opera del duo registico, insieme dal 2013, merita davvero una visione, già solo per il coraggio di un cinema fisico, carnale, spurio, com’era il nostro western negli anni d’oro, per l’ardire di ibridarlo con altri generi adottando lo sguardo dell’oggi, la sfida lanciata ad un pubblico anestetizzato dai blockbuster hollywoodiani.

Trigger della vicenda è il Wild West Show del celebre Buffalo Bill approdato in Italia nel suo tour europeo nel 1890. Leggenda narra che in un rodeo cowboy americani sfidarono i butteri locali, e che questi uscirono vincitori: l’evento, ricostruito con buona fantasia e scene spettacolari, avvia la storia del buttero Santino (Alessandro Borghi) che batte gli americani contravvenendo all’ordine del suo padrone Ercole Rupè (Mirko Artuso), che ha scommesso sugli avversari. Infuriato, l’arrogante possidente picchia la giovane moglie Rosa (Nadia Tereszkiewicz), da lui vessata, davanti a Santino; la donna lo fredda con un colpo di pistola e ai due non resta che darsi alla macchia. Il padre di Rupè (Gianni Garko), potente uomo d’affari che ha impegnato i capitali nella costruzione della ferrovia della nuova Italia, mette una taglia sul buttero e incarica Buffalo Bill (John C. Reilly) di acciuffare i due giovani che, durante la fuga, si innamorano e si uniscono a un gruppo di rivoluzionari. La banda è attaccata dall’esercito e nel parapiglia un criminale uccide Santino per incassare la taglia e rapisce Rosa, ma finisce per ammazzarsi a vicenda con il sodale. La giovane fugge portando con sé la testa mozzata dell’amato, con cui, prossima alla follia, continua a dialogare. Infine l’eroe americano la raggiunge e le propone un lancio di moneta: testa, uno scontro a fuoco; croce, libertà. Rosa ha fortuna, e il finale, che la contrappone al terribile suocero, riserva una sorpresa.

L’intento dei registi è dunque calare il western in un’ambientazione italiana (il film è stato girato tra Lazio e Toscana), sulla scia di opere quali In nome della legge di Pietro Germi e Duello nella Sila di Umberto Lenzi; un paesaggio mai da cartolina: la Maremma, le paludi, il fango, i boschi, il mare sono luoghi morali prima che fisici, ma resi con sensibilità documentaristica, con immagini che oscillano tra il reportage, l’epico e l’intimistico. Ma il film rompe le convenzioni di genere, si tinge di magico e di surreale, lo reinterpreta con taglio contemporaneo. Il risultato è un’opera che, in tipica modalità postmoderna, alterna registri e formati diversi. Nel riuscito blending si ravvisa uno spirito “anarchico” (lo stesso dei butteri), una qualità improvvisata e allo stesso tempo rituale nelle inquadrature, nei primi e primissimi piani degli attori (secondo la lezione di Sergio Leone e dei grandi western nostrani, i richiami figurativi sono numerosi), pittoricamente fotografati da Simone D’Arcangelo, nel montaggio riposato e nell’uso “grave” della cinepresa, sideralmente diversi da quelli frenetici cui siamo oggi adusi. Alcune lungaggini passano in secondo piano per la qualità della scrittura, intessuta di simboli ricorrenti, densa di silenzi carichi di significato alternati a dialoghi radi e incisivi. Il classico tema della storia d’amore dall’esito tragico rimanda al Bonnie and Clyde di Arthur Penn e a Badlands di Terence Malick, si intreccia al motivo della lotta di classe e al mito della frontiera: ascoltati oggi, i soliloqui di Buffalo Bill sul sogno americano ammanniti alla stampa suonano esplosivi nella loro retorica ipocrisia. Ma la vera forza della storia è l’aver posto al centro la figura di Rosa, l’irriducibilità di una giovane donna che si oppone al dominio degli uomini affermando la propria dignità e il proprio desiderio: una tematica gender, sconosciuta al classico western americano e alla sua declinazione italiana.

Con la figura di Buffalo Bill, colui che possiede cavalli e cowboy, indiani sfruttati e umiliati, le forme e il senso delle storie che racconta, si entra nella fabbrica del mito della frontiera, il suo impatto sul nostro immaginario. Metanarrativamente la riflessione si fa struttura, poiché il film è diviso in capitoli secondo il racconto da lui elaborato, e sul tema gli autori propongono un interessante ribaltamento, con un aggancio al grande western americano: se nel suo capolavoro L’uomo che uccise Liberty Valance John Ford aveva fatto dire ad un suo personaggio: “Tra verità e leggenda si stampi la leggenda”, Rosa, una volta letta la storia romanzata scritta da Bufalo Bill su di lei e sul suo amato, getta nel fuoco il quadernetto: rifiuta di farsi ingabbiare quale eroina in una invenzione narrativa, a lei interessa la sua verità. È una potente chiusa simbolica. 

Quanto agli attori, Alessandro Borghi impersona Santino con una fisicità bruta e una malinconia trattenuta convincenti. A stonare è forse quella romanità di accenti che evoca la nostra contemporaneità, spezzando la sospensione dell’incredulità che proietta lo spettatore in una storia e in un ambiente di fine Ottocento. Nadia Tereszkiewicz, già vincitrice del Premio César quale promessa femminile nel 2023, è una piacevole conferma: la sua Rosa si muove in equilibrio tra fragilità e determinazione, paura e coraggio, con efficace realismo psicologico. Il maturo John C. Reilly è ben calato nel ruolo di Buffalo Bill, pare abbia partecipato alla scrittura dei dialoghi con gli autori, restituendo un ritratto flamboyant, ironico e malinconico dell’eroe americano, un imbonitore che forse crede nelle proprie bugie: il personaggio letterariamente più riuscito. La performance di Gianni Garko nei panni del capitalista faustiano è da standing ovation; la prima scena in cui appare, girata in controluce, con campi medi e ravvicinati, effetti flou a restituire la statura mitica del personaggio, si fa ricordare per incisività e rottura del registro, poiché pronuncia le battute con dirompenti accenti drammaturgici, veicolando la rabbia di un padre in lutto e l’ostinata, luciferina perseveranza nel perseguire i suoi obiettivi: e qui il richiamo alla ferrovia in costruzione e alla figura del plutocrate ossessionato richiama il Brett McBain interpretato da Frank Wolff in C’era una volta il West. Notevole anche l’epilogo, a lui delegato: lo troviamo immerso in un bagno di luce dorata nella sfida temeraria lanciatagli da Rosa.

Né è da sorvolare sulla colonna sonora firmata da Giampietro, essa stessa racconto: ballate popolari irrompono nella narrazione con naturalezza, anche a ricordare il legame di questo cinema con la tradizione orale. Il musicista romano è stato allievo della compianta Giovanna Marini, e l’impronta si avverte.

Dunque, Testa o croce? riesce nell’intento di unire il western alla fiaba, la storia d’amore alla riflessione sul potere del mito, con una grazia disordinata che ne è marchio, un film realizzato con la scanzonata ironia di chi lancia una moneta in aria ed è fiducioso dell’esito. È il cinema che amiamo: dal fascino demodé, pungentemente attuale.

L'articolo “Testa o croce?”, o il western rivisitato proviene da Globalist.it.






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