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“Competenza, valorizzazione delle eccellenze e investimenti: il rilancio dell’Università parte da qui”. Parla Laura Ramaciotti

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Italia sul podio nella classifica delle Università europee: settima al Mondo per numero di atenei in lista, nel Vecchio Continente è seconda solo alla Germania.  E a livello qualitativo l’Italia è uno dei tre Paesi dell’Ue a vantare una voce classificata al primo posto mondiale, insieme alla Svezia e ai Paesi Bassi. Un quadro molto diverso dal passato, nel quale gli atenei del Paese sembravano essere indietro rispetto ai loro competitor oltreconfine. Un evidente cambiamento del quale il Secolo d’Italia ha parlato, in una intervista esclusiva, con Laura Ramaciotti, economista e Presidente della CRUI, la Conferenza dei Rettori universitari Italiani.

Presidente Laura Ramaciotti, secondo il rapporto QS World University Rankings by Subject, l’Italia continua a guadagnare posizioni e punti nella classifica internazionale della formazione universitaria. Un cambio di passo rispetto al passato. Come giudica questo risultato e quali fattori secondo lei hanno inciso di più?

«È un segnale incoraggiante, che certifica un percorso di crescita costruito negli anni più che un exploit improvviso. L’università italiana ha saputo valorizzare le proprie eccellenze, investendo sulla qualità della ricerca, sull’internazionalizzazione e sulla capacità di fare rete. Penso anche al ruolo decisivo dei finanziamenti competitivi europei e, più recentemente, alle risorse del PNRR, che hanno dato impulso a progetti innovativi e interdisciplinari. In questo senso, a considerata la strada intrapresa dal Ministro Anna Maria Bernini che, tra gli altri interventi, ha di recente lanciato il Piano triennale per la ricerca investendo oltre 1,2 miliardi di euro. Ma il vero punto di forza restano le persone: docenti, ricercatori e studenti che, dando spesso prova di grande passione e resilienza, continuano a garantire standard elevati».

Nella classifica mondiale la facoltà di Lettere classiche de La Sapienza si conferma prima al mondo. Ma non è l’unico dato significativo che emerge dal report annuale: isolando il dato europeo la nostra nazione risulta essere terza dietro Francia e Germania. Qual è il prossimo obiettivo e come raggiungerlo?

«La sfida, a mio modo di vedere, non è solo scalare le classifiche, ma rendere il sistema più solido e riconoscibile nel suo insieme. Il risultato delle discipline umanistiche dimostra che l’Italia non è solo tradizione, ma anche capacità di innovare nella continuità. Il prossimo obiettivo è consolidare questa posizione e, allo stesso tempo, ridurre le disomogeneità tra atenei e tra aree disciplinari. Penso, prima di tutto, alle STEM. Ma dobbiamo soprattutto rafforzare la competitività complessiva del sistema, puntando su investimenti strutturali, su una maggiore attrattività internazionale e su percorsi formativi sempre più integrati con il mondo del lavoro e della ricerca globale e delle imprese. Abbiamo a disposizione strumenti come le microcredenziali e quindi la possibilità di costruire percorsi “personalizzati” che rispondano alle esigenze del territorio in cui sorge l’ateneo, che diventa in questo modo un doppio valore aggiunto colmando il mismatch spesso lamentato dalle aziende. Sull’altro fronte è necessario lavorare con QS e gli altri “produttori di ranking” per assicurarsi che conoscano bene il funzionamento del nostro sistema e, nel compilare valutazioni internazionali, tengano conto delle sue specificità. Sappiamo bene, infatti, che il posizionamento nelle classifiche dipende interamente dalla scelta e dalla taratura degli indicatori».

Quanto conta la forza del sistema Italia per la forza del suo sistema universitario e viceversa?

«Il legame è strettissimo e bidirezionale. Un Paese cresce se ha università forti, capaci di produrre non solo conoscenza e innovazione, ma soprattutto professionisti competenti e cittadini capaci di esercitare il pensiero critico. Allo stesso tempo, le università hanno bisogno di un sistema Paese che creda davvero nella formazione e nella ricerca come leve strategiche di sviluppo. È una relazione che deve diventare sempre più virtuosa: università, istituzioni e imprese devono lavorare insieme per costruire un ecosistema che trattenga talenti e ne attragga di nuovi. Senza questo patto, il rischio è quello di disperdere valore. Le scelte operate negli ultimi anni sono indirizzate a traguardare questi obiettivi, ma il lavoro deve continuare a seguire questa direttrice senza indugi».

Lei guida la CRUI da settembre. Quali sono le priorità e le parole chiave della sua presidenza?

«Le parole chiave sono collaborazione, sostenibilità e futuro. La CRUI deve essere – nella mia visione – un luogo di sintesi e di proposta, capace di dialogare in modo costruttivo con il ministero e con tutti gli attori del sistema. Tra le priorità ci sono la revisione del modello di finanziamento degli atenei (tema più volte affrontato già con il Ministro dell’Università e sul quale abbiamo avuto buoni riscontri), la riforma della governance universitaria (sulla quale siamo in attesa di riscontri) e il rafforzamento del diritto allo studio. Ma c’è anche una prospettiva più ampia che guarda alle sfide che ci attendono: affrontare l’inverno demografico; investire su internazionalizzazione e orientamento; accompagnare l’innovazione della didattica, anche alla luce delle nuove tecnologie. Serve una strategia che tenga insieme presente e futuro».

Lei è la seconda presidente donna della CRUI, dopo Giovanna Iannantuoni. A che punto è il recupero del gender gap nell’università italiana?

«Sono stati fatti passi avanti importanti, ma il percorso non è ancora concluso. Oggi vediamo una presenza femminile crescente tra studenti e ricercatori, ma che si riduce man mano che si sale verso i ruoli apicali. È un dato che deve far riflettere. Il tema non è solo numerico, ma culturale: serve continuare a lavorare per creare condizioni realmente paritarie, valorizzando il merito e rimuovendo gli ostacoli che ancora oggi possono frenare la carriera delle donne. Il fatto che oggi ce ne siano di più in posizioni di leadership è un segnale positivo, ma deve diventare la normalità, non l’eccezione».

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