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Non è l’assuefazione a renderci insensibili alla morte di gente innocente: è che non ne siamo mai stati toccati davvero

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di Rosamaria Fumarola

Qualche sera fa, durante un’intervista televisiva, un noto inviato di guerra, cercando di spiegare la ragione per la quale molti appaiono ormai insensibili al dolore e alla morte di tanti innocenti civili e non, causati dai conflitti, ha formulato l’ipotesi che ci sia una sorta di assuefazione nei confronti ad esempio dello sterminio dei gazawi da parte degli israeliani.

Non riesco a comprendere come mai proprio un inviato di guerra abbia potuto fornire una di quelle spiegazioni che si possono ascoltare al bar, mentre si è in coda in attesa di un cappuccino, pronunciate da chi non conosce i fatti e che parla senza dare alcun peso a ciò che dice.

Affermare che ci stiamo abituando alla morte o alla mutilazione di bambini non risponde a verità, in primo luogo perché le immagini che vediamo sono frutto di una selezione propagandistica che ci propone solo ciò che è ad essa funzionale e che fa sì che ab origine le vittime ci appaiano come esseri umani diversi, la cui morte non ha lo stesso valore della nostra. Guardiamo decine di cadaveri sconosciuti e senza nome, dunque senza un’individualità e senza una storia. Nel civile occidente ogni uomo è importante e ne viene tutelata la dimensione e il peso uti singuli. Eppure è proprio il nostro occidente che è responsabile della sottrazione dell’individualità di quanti abitano gran parte del resto del mondo. È infatti difficile immedesimarsi nelle vite di chi non ha più una casa e una famiglia e sopravvive, quando fortunato, alla fame, alla sete, alle malattie, alle bombe. È più semplice riconoscersi nell’occidentale che ci somiglia e che motiva il genocidio di un intero popolo con ragioni difensive.

Non ci siamo abituati alla tragedia della guerra, semplicemente non ne siamo mai stati toccati davvero perché formati da una cultura colonialista e dalla stessa cultura informati. L’Iran, l’Iraq, la Palestina, il Libano sono lontani. Sappiamo che raramente hanno conosciuto la democrazia o la pace e sono per noi quello che un tempo chiamavamo “paesi in via di sviluppo”, aree cioè perennemente destabilizzate perché questo fa comodo agli interessi dell’opulento occidente, che per restare tale deve depredare le ricchezze altrui. È una modalità che appartiene all’uomo da sempre e i cui attori, pur avendo nomi diversi, interpretano ruoli ab aeterno identici.

Di recente si è tornati a parlare del conflitto nella ex Jugoslavia, a causa di una vicenda che vede coinvolti anche cittadini italiani, che pagarono per poter colpire da cecchini civili inermi, come se stessero partecipando ad un safari in Africa. Le testimonianze raccontano persino di un listino prezzi, che vedeva in cima la caccia ai bambini. La magistratura italiana sta finalmente cercando di assicurare alla giustizia i responsabili e così i notiziari e i programmi di approfondimento ripropongono le immagini del conflitto nei Balcani, suscitando ancora oggi reazioni di incontenibile orrore in chi guarda. Ricordo che negli anni della guerra ero una liceale e che tanti amici fino a pochi mesi prima avevano trascorso le loro vacanze in Jugoslavia. Le città, le campagne, tutti i luoghi coinvolti erano così simili ai nostri e gli stessi slavi li riconoscevamo come culturalmente affini.

In un filmato del tempo una donna stava raccogliendo dei funghi quando da una decina di metri, dalla stessa campagna segnata da una incerta linea di confine, un cecchino prese la mira e le sparò. La donna cadde senza vita sull’erba e sul terreno umido, identico a quello delle scampagnate che da bambina facevo con mio padre. Guardando all’epoca il filmato un brivido mi attraversò la schiena e sentì le braccia e il petto farsi pietra. Oggi i venti di guerra coinvolgono il Medio Oriente, ma soffiano anche in direzione dell’occidente. Converrà ricordare che i nostri corpi sono fatti di carne e che di carne ha sempre bisogno la guerra, auspicando che venga finalmente il tempo nel quale nel nostro sangue saremo capaci di riconoscere anche quello degli altri.

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