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«Il calcio non è solo business, l’ingresso dei tifosi nelle società restituisce voce a valori comunitari». Parla Marco Scurria

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Lo scorso venerdì si è tenuto a Roma un convegno sulla tutela del patrimonio calcistico italiano, inteso nella sua accezione più genuina, ovvero tutela della passione dei tifosi, in un mondo dove oramai sembra farla da padrona solo la speculazione e il profitto. Tra i relatori troviamo il senatore di Fratelli d’Italia Marco Scurria, l’ex deputato della Lega Daniele Belotti, l’ex deputato e attivista di sinistra Paolo Cento e l’avvocato penalista Lorenzo Contucci. I temi trattati vanno dal caro biglietti alle trasferte vietate, fino alla questione giuridica del daspo, misura che nonostante restringa la libertà personale, non viene emessa da un giudice. Ma il cuore dell’incontro è stato il decreto legislativo n. 36/2021, che prevede la costituzione di un organo consultivo dei tifosi, all’interno delle società sportive, per tutelarne le istanze. Il decreto è già legge, ma la sua attuazione è stata più volte rinviata, a causa dei numerosi tentativi di affossamento dello stesso, durante l’iter parlamentare.

Senatore Scurria, ci può ricostruire brevemente l’iter di questo decreto legislativo?

«Il percorso della norma risale al 2019, quando un emendamento presentato dal deputato Daniele Belotti alla Legge n. 86/2019 introdusse la previsione di un organo consultivo a tutela dei tifosi all’interno delle società sportive. L’attuazione subì diversi rinvii: inizialmente non fu applicata né nel 2019 né nel 2020. Nel 2021 la disposizione venne inserita nel Decreto Legislativo n.  36/2021, con l’obbligo per le società sportive professionistiche di adeguare il proprio assetto entro sei mesi dall’entrata in vigore. Nonostante ciò, tra 2021 e 2025 vari tentativi di abrogazione o ulteriori rinvii, hanno posticipato l’attuazione, fino alla scadenza attuale fissata a fine 2027».

Come si formerebbe quest’organo consultivo e da quanti membri sarebbe composto?

«L’organo consultivo sarebbe formato da un minimo di tre a un massimo di cinque membri, eletti ogni tre anni dagli abbonati della società sportiva tramite un sistema elettronico definito da un regolamento interno approvato dal consiglio di amministrazione. Tra i membri, viene eletto il presidente che può partecipare alle assemblee dei soci».

Tra i motivi dei tentativi di affossamento dell’emendamento si sostiene che una società privata quotata in borsa non possa vincolarsi a pareri esterni; la legge dice davvero questo? Come risponde a queste affermazioni?

«La legge non vincola le società a pareri esterni. La norma stabilisce chiaramente che l’organo consultivo fornisce pareri obbligatori ma non vincolanti: le società sono tenute ad ascoltare le opinioni dei tifosi, ma non a seguirle obbligatoriamente. Quindi non si tratta di un vincolo sulla gestione economica o strategica della società, ma di un canale di partecipazione e consultazione dei tifosi».

Ci sono requisiti richiesti per essere eletti nell’organo consultivo? Cosa prevede la norma in tal senso?

«Sì, la legge stabilisce alcune cause di ineleggibilità e decadenza. Non possono essere eletti tifosi che abbiano subito provvedimenti previsti dalla legge n. 401/1989 (su daspo, frodi sportive, scommesse clandestine, violenza negli stadi, ndr) o dal codice antimafia, oppure che abbiano condanne anche non definitive per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive. Sono fatti salvi gli effetti di eventuali riabilitazioni».

Questa legge sembra avere consenso trasversale. Secondo lei, il 2027 potrebbe essere l’anno della ripresa dell’iter attuativo?

«Considerando il consenso diffuso tra le forze politiche e l’urgenza di tutelare i tifosi in un contesto di crescente partecipazione straniera e speculativa nel calcio italiano, il 2027 appare un anno realistico per la ripresa e l’attuazione concreta della norma. Il rinvio attuale al 31 dicembre 2027 offre un orizzonte temporale chiaro per completare la costituzione degli organi consultivi all’interno delle società sportive professionistiche».

Altra tematica cara ai tifosi di calcio, che lei ha affrontato al convegno, è il caro biglietti dello stadio, anche per i settori cosiddetti popolari. Nella Premier League inglese si è riusciti a fissare un tetto di 30 sterline per i biglietti dei settori ospiti, secondo lei è fattibile una cosa del genere anche nel campionato italiano?

«No, attualmente nel campionato italiano non è realistico fissare un tetto uniforme come avviene in Premier League per i settori ospiti. Innanzitutto, molte società italiane sono gestite come imprese private con logiche di profitto molto marcate, e una quota rilevante di esse è controllata da investitori esteri, spesso interessati più al ritorno economico che alla tutela dei tifosi. Inoltre, non esiste in Italia una struttura legislativa o un organismo collettivo equivalente alla Football Supporters’ Association inglese che possa negoziare a livello nazionale un accordo condiviso tra tutti i club. Tuttavia, l’istituzione di organi consultivi dei tifosi all’interno delle società potrebbe rappresentare un primo passo per promuovere il dialogo e sensibilizzare le società sui costi dei biglietti, eventualmente arrivando in futuro a misure di contenimento su base volontaria o contrattata».

Nel calcio italiano negli ultimi tempi, c’è stato un massiccio investimento di capitali esteri, basti pensare che solo in serie A, 11 società su 20 sono nelle mani di proprietari stranieri. Ma la passione calcistica in Italia, è un vero e proprio retaggio culturale. Alla luce di questo crede che con questa legge si riesca, almeno in parte, a tutelarlo da quei processi che vedono prevalere solo logiche speculative e di profitto? 

«Come tifoso di calcio, sento profondamente che una squadra non è solo sport: è cultura, è storia, è identità. La passione calcistica in Italia è un patrimonio unico, fatto di tradizioni, valori, folklore e radici profonde che legano ogni club alla propria comunità. Vedere logiche di marketing e interventi di capitali esteri che rischiano di stravolgere questi elementi fondamentali è per me inconcepibile».

Eppure avviene. Penso ad esempio, al caso della Roma, che ha visto con l’acquisizione della proprietà americana il cambio dello stemma, o in Germania, i casi eclatanti del Salisburgo e del Lipsia che, con il nuovo sponsor Red Bull, oltre al simbolo si sono visti cambiare anche i colori sociali.

«Il caso della Roma lo dimostra chiaramente: il cambio dello stemma da parte della vecchia proprietà di James Pallotta aveva suscitato indignazione tra i tifosi, perché lo stemma e i colori sociali non sono solo simboli, ma raccontano la storia di un club nato nel 1927, che ha attraversato epoche storiche, passaggi culturali e ha vissuto i grandi cambiamenti dell’Italia. La nuova proprietà Friedkin sta lavorando al ripristino del vecchio stemma, un gesto che celebra la memoria storica del club e il legame indissolubile con i suoi tifosi e con la città. E lo stesso discorso vale per Lipsia e Salisburgo in Germania: non è accettabile che logiche di marketing e profitto possano cancellare identità culturali, colori sociali e simboli storici che rappresentano comunità intere e la storia di un club. Personalmente, credo che il calcio, in Italia e nel mondo, debba essere prima di tutto custode di valori storici e culturali, non solo interessi economici. La legge sugli organi consultivi dei tifosi può essere uno strumento fondamentale: dare voce ai tifosi significa permettere a chi ama davvero il club di essere custode delle tradizioni, della memoria storica, dell’identità di una società e di una città, affinché le scelte strategiche non cancellino ciò che rende unica ogni squadra e la comunità che la sostiene».

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