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Nessun limite, nessuna colpa. Una riflessione sui fatti di Trescore e la grammatica dell’odio

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Due storie mi tornano alla mente mentre i telegiornali raccontano la vicenda del ragazzo di tredici anni deciso a uccidere la sua insegnante di francese. La prima è quella di Anders Breivik, autore degli attentati di Utøya, in cui furono uccise 77 persone. La seconda è quella di Jamie Miller, il ragazzo al centro della serie Adolescence, raffigurato come un bambino divorato dal risentimento e dall’umiliazione per essere stato definito ‘incel’ dalla coetanea che lui gelidamente uccide. Una storia è reale, l’altra immaginaria, ma entrambe mettono in scena la stessa grammatica dell’odio: lucidità, freddezza, pianificazione, assenza di colpa e di limite.

A Bergamo non c’è nessun gesto impulsivo, nessun raptus che assolve la coscienza collettiva con una spiegazione sbrigativa: solo la decisione fredda di sopprimere colei che viene avvertita come causa del proprio male. Non importa che il torto sia reale, immaginato, ingigantito o del tutto fantasioso; ciò che conta è la sua cristallizzazione interiore. Il nemico prende forma, s’incarna e si definisce. Una volta edificato e divenuto lavagna di proiezione del proprio mal di vivere, lo si abbatte. Sia essa la ragazzina che umilia Jamie, la gioventù ‘progressista’ odiata da Breivik, o la professoressa e il padre del ragazzino di Bergamo. Clinicamente parlando, un misto di proiezione e senso dell’illimitato fanno da cornice a questo episodio.

Una delle forme più fredde del manifestarsi dell’odio è quella paranoica. La paranoia, prima ancora che una diagnosi, è una forma di rapporto col mondo. È sospetto elevato a criterio universale, diffidenza che si fa sistema, un apparato sempre pronto a leggere negli altri un’intenzione persecutoria. Nella sua forma più radicale rompe il legame con la realtà lasciando le ipotesi e diventando certezza assoluta.
Allora l’altro smette di essere uno fra i tanti e diventa ‘il nemico:’ il responsabile delle proprie ferite, delle proprie sconfitte, della propria umiliazione, per questo va eliminato.

In casi come questo, evocare come fa il ministro Giuseppe Valditara “importanti misure per combattere la criminalità giovanile” significa mancare il colpo (che va invece a segno quando osserviamo eventi come il pestaggio su un bus di un ragazzo da parte di coetanei). Qui non siamo semplicemente davanti a una trasgressione quanto ad a un solipsismo dell’odio, a una soggettività che si chiude su sé stessa fino a non riconoscere più alcun legame. Perché il ragazzo ha filmato le sue gesta? A volte il delitto non sempre si esaurisce nell’atto materiale: spesso viene preparato, ritualizzato, rivissuto e trasformato in scena.

In una chiave più propriamente psicoanalitica, si potrebbe dire l’azione non resta mai chiusa nel rapporto a due tra soggetto e vittima. C’è sempre, in qualche forma, un terzo: uno sguardo esterno che funge da testimone, un occhio davanti al quale il crimine prende consistenza. Non basta compiere l’atto; occorre anche consacrarlo. In questa prospettiva, filmare serve a costruire il teatro dell’azione dove essere guardato e dunque ricordato. In questo senso il video non è soltanto memoria dell’accaduto: è parte integrante dell’accadere stesso. Molti studi mostrano che, in certi profili violenti, il punto centrale non è solo infliggere dolore, ma trarre eccitazione dall’osservarlo e dal controllarne la diffusione mediatica.

Per poter desiderare, serve una cornice, un quadro limite che definisca e freni l’azione del ragazzino: lo insegna Freud quando parla del bambino come perverso polimorfo. Bambino che, nel suo immaginario, può tutto, inconsapevole delle regole. Salvo incontrare i limiti della quotidianità, i freni, le limitazioni, gli insegnamenti, i valori morali che poi si sedimentano in quell’istanza chiamata Super Io.

In alcuni casi questi limiti non hanno funzionato, si sono dimostrati deboli, generando individui per i quali la vita banale e normale, regolata dal consesso civile, è fonte di noia, dolore e frustrazione. Alcuni soggetti godono della vita solo nella disperante ed incessante rincorsa a violare le regole e spezzare i divieti, tornado magicamente a quell’illimitato che da infanti veniva avvertito come promessa poi infranta. Qua ne possiamo trovare le tracce se è vero che il ragazzino avrebbe lasciato scritto “il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita”.

Non gettiamo dunque la croce addosso agli insegnanti o agli psicologi scolastici. Non è sempre possibile decifrare per tempo i segni di una volontà omicida. Come se ogni abisso si lasciasse leggere in superficie. Non è così. Talvolta quei segni ci sono ma sono contraddittori, ruminano in silenzio, nei meandri più interrati della vita psichica, spesso senza far intuire l’irruzione dell’odio freddo.

L'articolo Nessun limite, nessuna colpa. Una riflessione sui fatti di Trescore e la grammatica dell’odio proviene da Il Fatto Quotidiano.






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