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“Dio preferisce circondarsi di persone buone e intelligenti che di figli di puttana, non capisco perché sono ancora qui”, addio a Gino Paoli, burbero e inquieto cantautore che ha sempre cercato la poesia

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Gino Paoli non c’è più. Era rimasto per 63 anni con un pallottola vicino al cuore. Pochi millimetri e non ci sarebbero mai state Il cielo in una stanza, Senza fine, Sapore di sale. E in quello stesso spazio, vicino al pericardio, in tutti questi 63 anni, in ognuno di noi è rimasta una traccia profonda di Gino, della sua ruvida malinconica poesia, di quel suo struggente, delicatamente intonato, arrampicarsi verso note più alte (Questa volta no), di quel suo giocoso inesausto flusso compositivo (Quattro amici). Del resto tutto inizia assolutamente per caso. Su un giro di do che canticchiano in tanti per strada. “C’era una volta una gatta/che aveva una macchina nera sul muso/a una vecchia soffitta vicino al mare/con una finestra ad un passo dal cielo blu”.

È il 1960, Gino faceva il pittore. Sta dipingendo un quadro nella sua soffitta di Boccadasse a Genova. Dalla strada sente il garzone del fornaio fischiettare La gatta. Non c’erano mica i social. Alla tv qualche sparuto brano il sabato sera. Lo chiama l’amico Nanni Ricordi: “Vieni a Milano che ti devo dare dei soldi”. Quando Paoli sale alla Ricordi gli danno un milione di lire. Il disco di La gatta, che aveva inciso con coraggiosa spensieratezza, gira sui juke box di mezza Italia. Gino ha sempre raccontato che quando uscì con i contanti in tasca si comprò due etti di tartufi e li sgranocchiò come castagne per strada. Più avanti ancora vede in un autosalone una Austin Healey 3000. Compra anche quella. Guida a destra, cambio all’inglese. All’altezza di Voghera a forza di rimanere in prima fonde il motore. “Era il momento in cui la musica iniziava a dire qualcosa. Prima si cantava di papaveri e papere, di baci, carezze e cuori infranti, di amori infelici e femmes fatales, di casette in Canadà e vecchi scarponi e la canzone era un mezzo di evasione creato apposta per non pensare. Adesso invece si era aperta una crepa, si poteva cominciare a esprimere un pensiero. A essere artisti, insomma. La canzone come un quadro, un libro, una poesia. Un’opera d’arte. Così ho cominciato, a fatica, a cercare”.

Figlio di una mamma violinista e di un papà melomane che fingeva di suonare il piano, Gino non si adagerà mai sulla maniera, non cercherà mai una formula per poi usurarla all’infinito. Gino cerca la poesia. E la musicalità dei suoi versi si materializza. Nel 1961 dentro al primo album intitolato Gino Paoli ci sono già una manciata di brani letteralmente immortali: Il cielo in una stanza, Senza fine, Sassi, Maschere. Ad ogni serata dal vivo Paoli prende 100mila lire. Nello studio grafico dove lavorava 60mila… al mese. Nel 1962 passa già alla più grande RCA. Nel 1963 l’album è Basta chiudere gli occhi e dentro ci sono già Che cosa c’è e Sapore di sale. In questo lasso di tempo è già sul palco di Sanremo con Tony Dallara, e nonostante fosse sposato intraprende un sodalizio artistico e una lunga storia d’amore con Ornella Vanoni e poi nel 1962 ha una relazione con Stefania Sandrelli. Il colpo di fucile arriva pressappoco dopo tutto questo. “Avevo tutto. Successo, soldi, la casa più bella di Genova. Le due donne più belle d’Italia erano innamorate di me (…) troppo per un ragazzo di nemmeno 30 anni. Avevo tutto, sì, ma non sentivo più niente”.

Inquieto Gino. Musone e burbero. Sempre vestito di scuro con occhiali altrettanto cupi. Per capire la poetica di Paoli bisogna andare alle radici di una Genova musicale che gratta la salsedine del porto e del mare, le libertà melodiche del rock and roll che gli amici (Tenco in primis) ascoltano e strimpellano ovviamente in scantinati poco raccomandabili, l’esistenzialismo francese, l’aplomb di Jacques Brel, la tenacia e l’indipendenza di Charles Aznavour. Testardo Gino. Come quella volta che gli propongono di far incidere Il cielo in una stanza a Mina prima che a lui. E lui s’impunta. “È un’urlatrice”, canta Una zebra a pois. Poi cede. Lei veleggia in testa alle classifiche, lui con la sua voce ancora in balia delle onde di un mare leggermente increspato non può che starle dietro. Oppure quando nel 1964 firma con la CGD. Gino è un impulsivo, un istintivo. Beve (whisky), fuma, non si tira indietro nemmeno a menar le mani. Ha il senso della giustizia addosso. Come quando vede uno per strada che sta picchiando un cane con un bastone. Scende. Acciuffa il bastone e picchia il picchiatore del cane, poi lo mettono pure in galera per averlo fatto.

Nel 1971 Paoli passa alla Durium, vive una sorta di periodo politico modello Dalla con Roversi. Lui che ha letteralmente anticipato il cantautorato come forma, come idea, come modo di vivere l’arte, nei settanta finisce in fondo all’amato mare, si inabissa. Riemerge, peraltro con fatica, con molte case discografiche che lo rifiutano (“quando firmo per la Five chiamo tutti quelli che mi hanno rifiutato e gli faccio una pernacchia”), nel 1984 con Una lunga storia d’amore, arrangiata da Beppe Vessicchio. Gino canta un inciso che fa crepare anche l’anima più indurita. “Fai finta di non lasciami mai/anche se/ dovrà finire prima o poi questa lunga storia d’amore/ ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai”. Rimarca ancora questo dolore maturo, tormentato, eterno sulla finitezza dell’amore. Qualcosa che vola poeticamente talmente alto sopra ogni tempo, sopra ogni storia, cantando la profondità impossibile incomprensibile del sentimento più puro. Nel 1987 c’è la proposta del PCI di candidarsi in Parlamento. Ti occuperai di cosa sai meglio: spettacolo, musica, tv. Gino entra Montecitorio da indipendente. Gli danno i trasporti. Scrive, inascoltato, una proposta di legge per aiutare i giovani cantautori. Nel 1990, diversamente dagli ordini di partito che invita all’astensione, vota contro la presenza di militari italiani nella Guerra del Golfo.

Gino depositario di segreti. Gino e gli amici genovesi. Racconta in Cosa farò da grande (Bompiani) che era con Paolo Villaggio in una sala di cinema quando annunciano che un film sovietico non è arrivato e proiettano un film Disney (da qui la cagata pazzesca). È a casa sua che Beppe Grillo fonda il Movimento 5 Stelle. I primi anni novanta arrivano Quattro amici (dall’album Matto come un gatto). Nel 2025 gli muore perfino il figlio Giovanni. Lui a 91 anni parla di quel dolore, del perché Dio si prende con s’è tutte le persone a lui più care: “Dio preferisce circondarsi di persone buone e intelligenti, anziché di figli di puttana. Mi chiedo però cosa ci faccio ancora io qui”.

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