Da quale pulpito la politica vuole dare lezioni alla magistratura? Forse è meglio se prima si guarda allo specchio
di Alberto Iannuzzi*
Nella storia politica italiana c’è sempre un momento in cui la maggioranza di turno scopre improvvisamente che la magistratura ha “troppo potere”. Accade quando le iniziative dei magistrati toccano gli interessi della politica e, in particolare, quando le procure diventano scomode ed i tribunali non si limitano a fare da spettatori alla gestione del potere, ma applicano la legge nei confronti di chiunque, anche dei potenti.
Ed ecco allora che partono le campagne mediatiche, gli editoriali indignati, i talk show nei quali i politici ci raccontano quanto siano “pericolosi” i magistrati.
Si parla di errori giudiziari, di procure politicizzate, di giudici che si appiattiscono sulle tesi dei pubblici ministeri, invadendo il campo riservato alla politica ed ostacolando l’azione di governo. Ma, tralasciando l’ovvia considerazione che si tratta di iniziative doverose e legittime, prese in applicazione del principio cardine della divisione tra poteri dello Stato, il problema è: da quale pulpito arrivano queste lezioni?
La politica italiana, prima di ergersi a giudice della magistratura, dovrebbe forse guardarsi allo specchio. Se esiste un settore della vita pubblica italiana che negli ultimi decenni ha dimostrato una straordinaria capacità di sottrarsi alle responsabilità, è proprio quello della politica dei partiti, la stessa che oggi accusa la magistratura di non rispondere dei propri errori. La storia recente della Repubblica è punteggiata da scandali, finanziamenti illeciti, sistemi clientelari, nomine spartite come bottini di guerra tra correnti e partiti.
Non si tratta di deviazioni occasionali, bensì di un modello strutturale: la partitocrazia, vale a dire l’occupazione sistematica delle istituzioni da parte degli apparati di partito. È la partitocrazia che ha trasformato enti pubblici, aziende partecipate, fondazioni e authority in territori di conquista. È la partitocrazia che ha reso normale la lottizzazione della televisione pubblica, delle grandi aziende statali, persino delle strutture culturali. È la partitocrazia che ha ridotto spesso il Parlamento ad un luogo di ratifica delle decisioni prese altrove: nei vertici di partito, nei consigli dei leader, nei tavoli delle coalizioni. Eppure proprio da questo sistema – raramente sottoposto ad un vero meccanismo di responsabilità politica – arriva oggi la lezione sulla necessità di controllare i magistrati.
Naturalmente nessuno sostiene che la magistratura sia un corpo immune da problemi. Errori giudiziari, dinamiche correntizie, conflitti interni: tutto questo esiste e merita di essere discusso seriamente. Ma il punto è un altro. Quando la critica alla magistratura diventa la bandiera di chi governa, il rischio è che non si tratti più di riformare un sistema, bensì di ridurre l’autonomia di uno dei pochi poteri in grado di controllare gli altri. Per questo, il tentativo di rappresentare la magistratura come il vero problema della democrazia italiana appare quantomeno singolare. Se si dovesse stilare una lista dei mali cronici del Paese – inefficienza amministrativa, corruzione, trasformismo, conflitti di interesse – sarebbe difficile sostenere che la radice principale stia nei tribunali. Molto più spesso quella radice si trova nella politica che confonde consenso con potere assoluto e governo con immunità.
In altre parole: prima di mettere sotto processo i magistrati, forse varrebbe la pena interrogarsi su un sistema politico che da decenni promette riforme salvifiche e produce solo nuove forme di concentrazione del potere. In questo contesto, trasformare i magistrati nel nuovo nemico pubblico diventa una gigantesca e pericolosa operazione di distrazione di massa. Pertanto, servono riforme serie, equilibrate, condivise, le quali, però, non possono essere scritte da chi è direttamente interessato, tanto più allorquando sono dirette a limitare il potere di chi deve esercitare il controllo. La credibilità delle istituzioni nasce da un principio semplice: chi esercita il potere deve accettare di essere controllato. Prima di accusare i magistrati di avere troppo potere, la politica dovrebbe chiedersi perché una parte così grande dell’opinione pubblica continua a vedere nella magistratura uno degli ultimi argini contro gli abusi del potere politico. Forse perché, negli ultimi decenni, la politica ha perso la propria autorevolezza. Travolta da scandali, lotte interne, trasformismi e personalismi, ha smarrito quella dimensione di servizio pubblico che dovrebbe essere il fondamento della democrazia.
Per questo la vera riforma, quella davvero urgente, non riguarda solo la magistratura, ma in promo luogo la politica stessa. Finché la classe dirigente continuerà a presentarsi come vittima dei controlli anziché come responsabile del potere che esercita, ogni riforma della giustizia rischierà di apparire per quello che molti temono che sia: non un passo avanti per lo Stato di diritto, ma l’ennesimo tentativo di blindare il potere. E quando la politica cerca di ridurre i controlli invece di rafforzare la propria credibilità, il problema non è la magistratura. Il problema diventa la politica.
* ex presidente reggente della Corte d’appello di Potenza
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