Scandali e bracci di ferro nelle istituzioni culturali: per una volta sarebbe bello poterne discutere serenamente
L’annunciata presenza alla Biennale d’Arte di Venezia della Russia (nonché dell’Iran, per non dire dell’assenza di artisti italiani nelle scelte curatoriali) sarebbe davvero uno scandalo opportuno, ben al di là delle più che legittime proteste ucraine e di quella sorta di regolamento di conti complessivo nei confronti del Presidente, Pietrangelo Buttafuoco, accusato di fare una politica non consona, addirittura dalla Commissione Ue, per non dire dei ‘suoi’ Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, come evidenziato dal rappresentante del governo il 10 marzo in una presentazione ufficiale.
L’argomento è di sicura fascinazione, perché si tratta di un’accusa d’eresia a tutto tondo, che sconfina dalla situazione internazionale al risvolto di contenuto delle arti, ovvero al ‘messaggio’: l’arte e l’architettura, come il teatro, la danza e persino la musica in epoca Buttafuoco veicolerebbero ancora sonoramente la cosiddetta cultura ‘woke’, progressista, anticolonialista e Lgbtq+ friendly, di stampo squisitamente anglosassone, contro cui sono insorte l’America di Trump e la destra sovranista di mezzo mondo. E lo si poteva già notare da tempo.
Ora sarebbe il caso di mettere a tema il ruolo stesso delle istituzioni culturali pubbliche, che appare due volte paradossale: perché la Biennale vive di fondi dello Stato italiano, nonché della Regione Veneto e della Città di Venezia, e ha un vertice che dipende appunto da nomine governative e politiche; e poi pure perché, nelle occasioni dell’Arte e dell’Architettura, sono allestiti dai rispettivi governi i vari padiglioni nazionali nei Giardini della Biennale. E, com’era poi facile immaginare, arrivano i russi di ferrea osservanza putiniana, gli iraniani filo-regime islamista e i palistinesi chissà (stante che l’Italia non è fra i Paesi che hanno riconosciuto la Palestina), magari li ha scelti qualche leader di Hamas.
Questo è il punto. Si può (e in fondo si deve) giudicare la linea di una manifestazione del genere, per via della sua natura intimamente ‘pubblica’ e dunque di propaganda. Purtroppo la politica oggi, anche quando affronta il delicato terreno delle istituzioni culturali, sembra muoversi in generale come l’elefante in cristalleria.
A Milano, per esempio, è in atto un braccio di ferro sulla nomina del nuovo presidente della Triennale: il ministro della Cultura Giuli vorrebbe nominare alla guida di un’istituzione che è pur sempre tra le prime al mondo per l’Architettura la regista 78enne Andrée Ruth Shammah (che ospiterà nel suo teatro il comizio conclusivo per il Sì al referendum di Giorgia Meloni); il sindaco Sala spinge invece per una soluzione alternativa di maggiore continuità con la gestione Boeri (si parla dell’architetto Ratti, peraltro già curatore della Biennale in epoca Buttafuoco). In mezzo, i primi interessati, gli addetti ai lavori dell’Architettura, che non possono nemmeno dire la loro, nonostante abbiano fondato persino un comitato all’uopo.
La vicenda sembra del tutto analoga a quanto già visto nel caso del Teatro alla Scala e prima ancora del Piccolo. Concorsi trasparenti, dibattiti aperti, procedure partecipate: non se ne parla nemmeno. Dopodiché viene ancor più spontaneo voler pesare politicamente quel che fanno i nominati per imposizione. Basta prendere un altro caso di questi giorni, la nuova produzione di Miracolo a Milano che il Piccolo teatro ha varato, per la regia dello stesso direttore artistico Claudio Longhi, un kolossal che rievoca sul palcoscenico il film capolavoro del 1951, subito incensato pressoché unanimemente perché ripropone in modo fiabesco la suggestione di una vecchia Milano solidaristica (dove i poveri possono vivere la loro utopia) e cortese (‘dove buongiorno vuol dire davvero buongiorno’).
Bene, è indiscutibile la ricaduta politica di questa operazione su Milano fatta con un clamore pubblicitario e mediatico senza precedenti (sarà anche in tv il 4 aprile), oggi nella città Premium svenduta all’iper-turismo e agli straricchi, dopo un lungo silenzio a tema. Che sia un elogio di quel che resta del dna della Milano di ieri ‘con il cuore in mano’, o una critica grottesca di quel che è diventata, certo sarebbe sano che se ne potesse discutere serenamente, senza dividersi tra fans e antipatizzanti. Come sarebbe ora di ridefinire bene la natura e il ruolo delle varie Biennale, Rai, musei e teatri. Se si aprisse una seria discussione in questo senso, alla fine anche dello scandalo Buttafuoco-Russia potremmo dire il canonico ‘è opportuno che sia avvenuto’.
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