L’EDITORIALE – Il calcio è morto (e lo abbiamo ucciso a colpi di passaggini)
La fine del contropiede e la noia del possesso palla sterile
C’era una volta il boato dello stadio. Non quello per un gol, ma quello che accompagnava il primo controllo orientato di un’ala che scattava nello spazio, con il campo aperto davanti a sé e il profumo del sangue difensivo nell’aria. Era il calcio del “buttala avanti”, del contropiede feroce, dell’arte italiana di soffrire per poi colpire alla giugulare in tre passaggi.
Oggi, quel calcio è stato sostituito da un’estetica della noia che sta trasformando i tifosi in sonnambuli.
Siamo tutti diventati “inguardioliti”, ma nella peggior versione possibile. Guardiamo partite dove un recupero palla a centrocampo, con la difesa avversaria sbilanciata e tre attaccanti pronti a scappare, si trasforma puntualmente in un tragico, irritante, claustrofobico retropassaggio al portiere. Perché?
Perché bisogna “costruire dal basso”. Perché non bisogna “perdere il possesso”. Perché la fobia dell’errore ha superato il coraggio del rischio.
È un calcio piatto, orizzontale, fatto di passaggi da cinque metri che servono solo a gonfiare le statistiche di fine gara e a svuotare le tribune. Abbiamo scambiato la verticalità per ignoranza tattica, quando invece era la massima espressione del cinismo sportivo. Vedere oggi una squadra che rinuncia a un contropiede tre-contro-due per ricominciare dal difensore centrale è un insulto a chi paga il biglietto.
Il risultato? Un gioco lento, prevedibile, dove l’emozione viene sacrificata sull’altare di una geometria sterile. Se il futuro del calcio è un eterno torello a centrocampo senza mai puntare la porta, non lamentatevi se la gente preferisce guardare gli highlights di dieci anni fa. Ridateci la cattiveria, ridateci la corsa, ridateci quel sano e “sporco” contropiede che faceva tremare le gambe agli avversari.
Il calcio sta diventando una partita a scacchi giocata con le pedine incollate alla scacchiera. Se non torniamo a premiare il rischio e la velocità, finiremo per morire di noia, prigionieri di un possesso palla che non porta da nessuna parte se non all’indietro.
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