Attacco all’Iran, prezzo del gas sopra i 60 euro/megawattora: record dal 2022. Mentre le scorte Ue sono ai minimi dal 2018
L’escalation in Medio Oriente continua a scuotere i mercati energetici, tra rialzi record del prezzo del gas , impennata del petrolio e crescente incertezza sulla reale operatività dello Stretto di Hormuz. Il prezzo del gas naturale alla borsa di Amsterdam (Ttf) ha superato i 60 euro al megawattora, toccando 63,49 euro con un balzo giornaliero del 41%, prima assestarsi intorno ai 55 euro: sono i massimi dall’agosto 2022, pochi mesi dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Dall’inizio della crisi le quotazioni europee sono aumentate fino al 70%. A pesare è il blocco delle esportazioni dal più grande impianto di Gnl al mondo in Qatar, fermo dopo un attacco con droni iraniani, e l’incertezza sulla durata dello stop. Che per le Guardie Rivoluzionarie iraniane è ufficialmente “chiuso”, nel senso che qualsiasi nave in transito verrà colpita, ma il Comando centrale statunitense resta invece tecnicamente aperto. Nel frattempo, secondo dati di monitoraggio marittimo citati da Reuters, oltre 150 petroliere e metaniere hanno gettato l’ancora nel Golfo oltre lo stretto, mentre altre decine risultano ferme sul lato opposto: una prima evidenza concreta della paralisi logistica generata dall’incertezza.
Il paragone con la crisi energetica del 2022 è ormai esplicito. Secondo il Financial Times, in termini puramente volumetrici lo choc potenziale potrebbe risultare persino superiore a quello provocato dall’operazione militare di Vladimir Putin. Allora l’Europa perse circa 80 miliardi di metri cubi annui di gas russo via tubo. Oggi, tra possibile chiusura effettiva di Hormuz e fermata di due giacimenti israeliani, sarebbero in gioco fino a 120 miliardi di metri cubi annui di forniture mediorientali. Il solo sito qatariota vale circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto, e i suoi carichi devono attraversare lo Stretto di Hormuz per raggiungere i mercati internazionali. Ma il fattore tempo sarà decisivo. Natasha Fielding di Argus Media ha spiegato al quotidiano britannico che un conflitto prolungato potrebbe avere un effetto “comparabile” a quello della guerra in Ucraina, mentre un’interruzione temporanea di una settimana non rappresenterebbe uno spartiacque analogo al 2022. Il mercato, dunque, sta prezzando il rischio ma non sta ancora scontando uno scenario strutturale di lungo periodo.
Per l’Europa la vulnerabilità è evidente. Dopo la drastica riduzione del gas russo, l’Unione ha sostituito una dipendenza via tubo con una via mare, basata sul Gnl. Questo significa esposizione a un mercato globale altamente competitivo e sensibile agli choc geopolitici. Le scorte europee sono scese al 30% della capacità, pari a 343 TWh, il livello più basso dal marzo 2018. In Germania gli stoccaggi sono poco sopra il 20%, ai minimi da sei anni. In Italia al 47,6%, anch’essi sotto i livelli abituali per questo periodo dell’anno. Se i flussi di Gnl attraverso Hormuz venissero ridotti in modo significativo, la disponibilità sul mercato spot si restringerebbe immediatamente e, spiega Simone Tagliapietra del think tank Bruegel, l’Europa sarebbe costretta a competere con l’Asia per i carichi flessibili, quelli cioè che possono essere venduti all’ultimo momento a chi paga di più. L’analista sottolinea poi la situazione delicata sugli stoccaggi, inferiori agli anni scorsi in questo periodo, con il rischio che una crisi prolungata ostacoli i riempimenti. I governi europei, afferma quindi, dovrebbero preparare piani di emergenza in caso di stallo prolungato, coordinando sicurezza degli approvvigionamenti, monitoraggio del mercato del Gnl, riduzione della domanda e stoccaggi. “L’esposizione dell’Europa agli shock geopolitici resta radicata nella sua continua dipendenza dai combustibili fossili importati, anche se la dipendenza è passata dalla Russia ad altri fornitori”, conclude. “Piuttosto che rallentare la transizione energetica, le nuove tensioni mostrano che lo sviluppo di fonti pulite prodotte internamente dovrebbe essere accelerato”.
L’impennata non riguarda solo il gas. Per quanto riguarda il petrolio, il Brent è salito oltre gli 81 dollari al barile e il Wti sopra i 75 dollari. L’aumento riflette il premio per il rischio geopolitico e il timore che il conflitto possa estendersi o colpire infrastrutture energetiche. Gli analisti stimano che un conflitto di durata superiore a un mese potrebbe spingere le quotazioni verso i 90-100 dollari, con scenari estremi fino a 120-130 dollari in caso di azzeramento prolungato dei flussi attraverso lo stretto, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e circa il 20% del commercio globale di Gnl.
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