Marco Pedoja: “Ho pianto per giorni dopo l’addio con Martinenghi. A Parigi 2024 c’erano dei vortici in piscina”
Una storia bellissima quella tra Marco Pedoja e Nicolò Martinenghi. Un rapporto umano e lavorativo, che ha portato fino al meraviglioso oro olimpico di Parigi 2024. Poi l’addio con Martinenghi che ha preso la strada di Verona. Nell’ultima puntata di OA Focus, la trasmissione in onda sul canale YouTube di OA Sport, è stato ospite proprio proprio Pedoja, raccontando tutti questi ultimi anni e una storia che ha portato ad un trionfo incredibile.
Pedoja ripercorre tutta la storia con Nicolò Martinenghi e si parte proprio dall’inizio: “L’ho conosciuto che era un Esordiente B, quindi aveva dieci o undici anni. Non ricordo se fosse B1 o B2. Era un bambino esuberante, giocoso, felice, molto curioso. All’epoca ero in piscina in via Mecenate a Milano. Stavo allenando un altro gruppo impegnato ai Campionati Regionali, una categoria più grande della sua. Lui era lì con il fratello e la famiglia a guardare le gare. A un certo punto è sceso sul piano vasca e ha iniziato ad attaccare bottone con me: Ciao, io sono Nicolò, sono il campione regionale della rana…Aveva un caschetto biondo con una treccina di quelle colorate che si fanno al mare, magrissimo, secco, ed era anche più basso di me. Io avevo il cronometro in mano e dovevo seguire i miei atleti in gara, e pensavo: ‘Ma questo bambino cosa vuole? Perché continua a parlarmi?’ Poi non l’ho più rivisto fino all’anno successivo, sempre da Esordiente, quando è venuto ad allenarsi nell’impianto dove lavoravo. Stavamo fondando una nuova realtà sportiva e mi ero affidato a Franco De Franco, che era stato mio allenatore e per certi versi anche un mentore. È stato lui a portare Nicolò nel gruppo. Il primo anno io mi occupavo soprattutto della parte gestionale della società, mentre Franco seguiva la parte tecnica. Poi Nicolò è cresciuto, è cresciuto il gruppo, è cresciuto il movimento, e c’era bisogno di un secondo allenatore. Così sono tornato sul piano vasca”.
Come era allenare Martinenghi e quali erano le sue qualità: “Aveva un’agilità fuori dal comune, sia fuori dall’acqua sia dentro l’acqua. Era una cosa che percepivi subito. Lo correggevi, provava una volta, magari sbagliava, e alla seconda lo faceva già bene. Era svelto, veloce, perspicace. Anche a terra si muoveva benissimo. Aveva giocato a basket, era coordinato, capace di muoversi a 360 gradi nello sport. Quando giocavamo a calcetto era sempre quello che teneva palla, dribblava, arrivava davanti alla porta e magari la passava al compagno per far segnare lui. Aveva altruismo, senso di gruppo, leadership. E quel sorriso. Sono le qualità che speri di trovare. Poi determinazione, resistenza alla fatica, soprattutto mentale, sono state costruite nel tempo. È stato un percorso lungo, dodici anni, con una crescita fisica e mentale graduale. Un percorso che rifarei da zero, anche senza la garanzia del risultato.
Un passato anche da nuotatore per Pedoja: “Io nuotavo, ma ero uno che si allenava meno di quanto pensasse. Gareggiavo meglio di quanto mi allenassi. Venivo in piscina e facevo quello che diceva l’allenatore, ma non c’era la cultura dell’allenamento di oggi. Si facevano chilometri: 10×200 sempre uguali, stessa andatura. Ero fortissimo a livello aerobico, ma lavori di potenza aerobica o tolleranza non li avevo mai fatti. Oggi cerco di trasmettere ai ragazzi che “venire in piscina” non significa “allenarsi”.
Sulla possibilità di allenare un grande campione o un giovane da costruire: “Ti dico che scelgo soprattutto il progetto o comunque la sfida, perché allenare il grande campione che ha già vinto, non dico che non sia facile, perché non è facile, perché poi è difficile vincere, ma anche forse più difficile rivincere, questo sicuramente. Però tu entri con un grande campione, entri in una situazione che lui ha degli schemi mentali già impostati, è difficile da scardinare. Ti faccio un esempio, ho allenato anche Matteo Rivolta. E’ stato bello da allenare, è arrivato nel 2021, era campione italiano, aveva record italiano, era sicuramente un buon atleta, che aveva un record italiano a 49,5, non ricordo i centesimi. Però erano anni che nuotava 50, 50, 50, 50 e nel giro di un anno scarso è arrivato a 48,6 e ha vinto i Mondiali. Alla prima finale mondiale della sua vita ha vinto. Quando è arrivato non era ancora campione, però è un atleta forte che in palestra faceva fatica, in acqua faceva fatica, cioè lui era abituato a certi tipi di lavori, che non erano sbagliati, ma che non erano più adatti magari all’età e all’obiettivo che doveva raggiungere. E quindi è stato difficile scardinare, è stato faticoso a livello mentale, però è stato divertente”.
Sull’addio con Martinenghi: “Avrei anche allenato Nicolò dopo l’Olimpiade, ma eravamo arrivati a un punto. Ti riporto un attimo indietro: nell’anno olimpico 2023-24 facciamo una riunione io, Riccardo (il preparatore atletico) e Nicolò. E lui ci dice che sono anni che faccio fatica perché devo spostarmi continuamente: non c’è la vasca da 50 metri, non c’è la palestra e se potevamo trovare un’altra soluzione. La sua stagione era diventata un po’ itinerante. Facevamo molti periodi fuori casa: da un lato perché ci si allenava meglio, dall’altro perché, stando tutti concentrati solo su quella situazione, anche dal punto di vista tecnico era un vantaggio. Però, quando tornavamo a casa, subentrava quasi una piccola fase di depressione, perché ti mancavano strutture come quelle che avevamo trovato in Turchia, a Tenerife, a Calibigno o in altri posti. Già in quell’anno lui era partito dicendo ‘faccio fatica a ributtarmi in acqua’ e veniva da due stagioni in cui c’era un gruppo forte con Matteo Rivolta, Alessandro Pinzuti, Simone Sabbioni. Erano arrivati risultati importanti, medaglie, primati personali. C’era entusiasmo, c’era condivisione. Poi, piano piano, qualcosa è cambiato. Qualcuno ha avuto difficoltà, altri si sono fermati. L’anno olimpico era iniziato con Matteo Rivolta, ma a dicembre 2023 Matteo si è infortunato agli Europei, quando gli è caduto il dispositivo di riscaldamento sul braccio. Nicolò si è ritrovato da solo. Lui ha sempre detto che da solo si allenava meglio. Ed è vero che, in allenamento, avere un partner da battere durante una serie è importante, ma c’è anche tutto il resto, come il compagno sotto la doccia, la condivisione fuori dall’acqua. E quello a lui mancava tanto. Io lo sapevo e cercavo di compensare in tutti i modi. Alla fine ha preso questa decisione anche per avere una maggiore stabilità, per poter magari allenarsi e poi tornare a casa, perché è molto legato alla famiglia e agli amici ed è giusto così. Io gli avevo fatto anche alcune proposte all’estero, per provare a staccare un po’ la testa dal nuoto vissuto in Italia, dove la pressione mediatica è comunque importante. Un po’ come stanno facendo adesso in Australia altri come Ceccon”.
Sulla possibilità di un’esperienza all’estero: “L’Australia è talmente lontana dal resto dei continenti che, già quello, te la fa rendere un po’ più attraente, ma fa anche paura perchè è molto lontana. Però poi quando sei là, ti rendi conto che l’ambiente è diverso, il modo di essere delle persone è totalmente diverso, sei libero, Poi comunque la qualità del nuoto, che quasi lo sport nazionale, lo avrebbe potuto aiutare. Thomas Ceccon l’ha adorata e l’adora tuttora. Quadarella e Franceschi, in questo momento sono in Thailandia, però sono passati dall’Australia, sono con il gruppo australiano in Thailandia, stanno vivendo un periodo di rinascita sportiva importante. Poi quando torneranno a casa continueranno ad allenarsi con i propri allenatori e le proprie società. Però quella era una chance. La seconda chance era gli Stati Uniti da Bob Bowman, che è considerato l’allenatore migliore che ci sia. Però lì invece è entrato un po’ di paura da parte sua e comunque anche in questo era lontano da casa. C’è stata un’idea su Barcellona, perché avevamo un amico allenatore a Barcellona, Ben Titley, ma non gli garantiva la possibilità di allenarlo tranquillamente. Quindi alla fine ha cercato una soluzione in casa, in Italia e Verona credo che sia venuto fuori da quello”.
Sull’esperienza ora a Verona di Martinenghi: “Abbiamo comunque iniziato la stagione 2024/25 insieme, ma Nicolò era sotto un treno. È stato difficile mettersi lì tutti i giorni, guardarlo in faccia e metterlo davanti alla realtà e alle difficoltà. L’ho portato in Coppa del Mondo sapendo che avrebbe preso delle “berle” a destra e a sinistra, ma era per il suo bene. Infatti, dopo la prima gara, sapevo già cosa sarebbe successo e che sarebbe andato dal fisioterapista dicendo Io torno a casa. Il fisioterapista è venuto da me, ma io lo avevo già avvisato. Abbiamo finito la Coppa del Mondo, siamo tornati e abbiamo ricominciato ad allenarci. A dicembre ha fatto la Coppa a Crema con la sua società. È uscito dall’acqua e mi ha detto che gli era tornata la voglia di gareggiare. Gli ho risposto che in quei tre mesi, con dieci chili in più e la voglia sotto terra, siamo riusciti a farlo ritrovare la motivazione ad allenarsi e a competere. Poi è andato a Verona. E io sono convinto, gliel’ho detto anche recentemente, che lì si stia allenando il doppio rispetto a prima. Dico il doppio per rendere l’idea. Prima era un ragazzo talentuosissimo, fortissimo, con qualità enormi. Si allenava bene, a volte faceva anche più di quello che gli chiedevi. Però poteva dare ancora qualcosa in più, anche se non era strettamente necessario, ma arrivava comunque al risultato. Non faceva il minimo indispensabile, faceva qualcosa in più. Era chirurgico, bravissimo, preciso”.
Sul dispiacere per l’addio: “Ho pianto per giorni. Ho scritto un post anche perchè ormai si usa così, perché se non scrivi il post è come se non ci fosse stata una cosa. Me l’ha suggerito Lia Capizzi, che è una grandissima giornalista, e mi ha detto fai un post, metti delle foto, cioè ripercorri il tuo percorso fatto con Nicolo e scrivi quelle che sono le tue emozioni. Ha anche funzionato fare così. È stata una decisione condivisa, ma è stato lui a proporla. E ci vuole coraggio per farlo”.
Sulla possibilità di tornare ad allenare Martinenghi: “Ne stavo proprio parlando con Simone Cerasuolo una settimana fa. Mi ha chiesto come mi comporterei se Nicolò tornasse. Umanamente direi subito sì, ma sarebbe complicato. Se un atleta cambia e poi torna, nella sua testa potrebbe viverlo come un fallimento. Sarebbe difficile da gestire”.
Sull’oro olimpico: “Lo vedevo in allenamento e ho pensato che avrebbe vinto. Non ce n’era, il cinese si è sfaldato talmente. L’unico vero rivale era l’americano Nick Fink, che era di fianco a lui. Infatti la tattica di gara è stata fatta su di lui. Tutti gli altri li avrebbe messi dietro, ero sicuro. Peaty l’aveva già battuto anche al Sette Colli. Poi arrivano le Olimpiadi. Thomas entra in acqua nel riscaldamento il primo giorno, esce, mi guarda e mi fa, la vasca è strana, c’è qualcosa che non va, al ritorno non si va avanti. Testuali parole. Facciamo il riscaldamento e Nicolò volava. C’era Burlina che mi guardava e mi diceva, va fortissimo. E io ho la pelle d’oca, gli faccio, guarda, sta da Dio, non mai fatto questi tempi, mai fatto queste cose. E facevamo sempre il riscaldamento nella fase della vasca di andata e bisognava lavorare sulla vasca di ritorno Se tu guardi la ripresa della gara di Nicolò, all’improvviso ai 75-80 metri crolla la velocità di tutti. C’era qualcosa lì. Si creavano dei vortici, l’acqua era più bassa, ma era una cosa che sapevano tutti a bordo vasca. Nicolò nuota il primo 50 in maniera divina, 27.3, che è quello che doveva fare con quel numero di bracciate, stando alla giusta distanza da Nick Fink. Agli 80 metri parte con tutta la forza fisica che aveva e riesce a superare un po’ quell’impatto. Sì, forse poi è facile da dire, però lì lui avrebbe vinto. Era troppo più forte di tutti gli altri”.
Su quali italiani dobbiamo attendere nei prossimi mesi: “Io ti dico Jacopo Barbotti, che allenavo qui prima che andasse a Roma. Ci sono tanti giovani, come ogni anno post olimpico, ci sono tanti nomi che scalpitano e stanno fuori. Su tutti ovviamente Alessandra Mao perché ha fatto un risultato storico, ma poi la vedi proprio per il carattere che ha quando è in gara e poi quello che è fuori. E’ ancora una ragazza molto giovane, molto anche timida, però è anche molto determinata. Però ci sono ci sono buoni nomi, come Michele Busa, vero che è un 2002, però non è che ha mai fatto bene ai Nazionali. Voglio poi vedere la Pilato col cambio di allenatore cosa tira fuori”.
