La polemica su Vincenzo Schettini non si ferma al docente: è sull’idea di scuola che si discute
di Giuseppe Pignataro *
La polemica su Vincenzo Schettini – docente e divulgatore noto per ‘La fisica che ci piace’ – ha seguito un copione ormai tipico: un frammento, estratto e rilanciato, diventa un processo alle intenzioni.
Tipicamente quando esplode una polemica su un docente, raramente si discute solo di quella persona: si discute dell’idea di scuola che abbiamo in testa. Una scuola-tempio, dove chi ‘non capisce’ resta fuori in silenzio, oppure una scuola-ponte, dove il sapere difficile diventa attraversabile. La fisica, più di altre materie, mette alla prova questo bivio: o diventa lingua viva, o resta paura. La scuola è un’istituzione di traduzione: prende ciò che sembra inaccessibile e lo rende dicibile. In questo senso ‘rendere una disciplina meno ostile’ non è un trucco comunicativo: è un atto civico, perché allarga la cittadinanza scientifica.
Conviene infatti ricordare un dato semplice: la didattica che coinvolge attivamente gli studenti funziona meglio. Una grande metaanalisi in ambito STEM mostra che, in media, l’apprendimento migliora (circa +6% nei punteggi d’esame) e che, dove domina solo la lezione tradizionale, il rischio di insuccesso è sensibilmente più alto (circa 1,5 volte). Non è questione di simpatia: è questione di risultati. C’è poi un’evidenza più ‘umana’ che tecnica, ma altrettanto solida: si impara meglio dove ci si sente rispettati. Studi su campioni molto ampi collegano la qualità della relazione docente-studente a esiti migliori non solo cognitivi, ma anche motivazionali e comportamentali. Il rigore non nasce dall’umiliazione; nasce quando lo studente percepisce: ‘posso provarci’, ‘posso sbagliare’, ‘posso capire’.
E veniamo ai like, che spesso vengono trattati come se fossero denaro. Un like è un applauso digitale, non un bonifico. Quando esiste una monetizzazione, di regola si basa su volumi di visualizzazioni/impression (spesso calcolati ‘per mille’), non sul numero di cuoricini. Questo significa che qualche centinaio di like – anche se provenisse da una classe intera – non ‘arricchisce’ nessuno e, da solo, non crea un fenomeno: al massimo segnala all’algoritmo che quel contenuto merita di essere mostrato ad altri. La vera differenza la fanno il tempo di visione, la condivisione, la continuità: la viralità è una questione di ordini di grandezza e di costanza, non di qualche clic.
Se esistono contestazioni specifiche su comportamenti in aula, è corretto valutarle con fatti, contesto e nelle sedi appropriate. Ma trasformare l’innovazione didattica in sospetto automatico è un lusso che non possiamo permetterci: significa rinunciare alla domanda decisiva. Perché tanti ragazzi, grazie a un modo diverso di spiegare, hanno smesso di temere la fisica?
Due cose possono stare insieme senza contraddirsi. Primo: la valutazione scolastica deve restare autonoma da qualunque dinamica promozionale, e ogni critica concreta va trattata con fatti, contesto e sedi appropriate. Secondo: l’innovazione didattica non merita delegittimazione per definizione. Se una materia torna ‘parlabile’, non sta crollando il livello: sta crescendo la libertà di capire.
Una scuola che riduce la paura non abbassa il livello: allarga la libertà di capire. E questa, comunque la si pensi, è una conquista pubblica.
* Docente Università di Bologna, Dipartimento di Economia
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